lunedì 27 aprile 2015

FRENCH CONNECTION

Marsiglia, 1975. Pierre Michel, giovane magistrato appena arrivato da Metz con moglie e figli, viene incaricato di un’inchiesta sul crimine organizzato. Appena insediatosi decide di attaccare la cosiddetta French Connection, un’organizzazione mafiosa che esporta eroina in tutto il mondo. Rifiutandosi di dare ascolto a chi lo invita alla cautela, Pierre s’imbarca in una crociata personale contro il leggendario e intoccabile padrino Gaetan Zampa, ma deve rendersi conto che se vuole ottenere dei risultati deve cambiare tattica… (dal pressbook) 









Non inganni il logo Gaumont anni ’80 che precede French Connection, secondo lungometraggio del trentottenne cineasta marsigliese Cédric Jimenez: si tratta di un ammiccamento nostalgico che non avrà alcuna ripercussione sull’impianto estetico del film. O forse sì, ma nel senso del vintage più deteriore, del cimelio esibito come ornamento tutto esteriore: inutile orpello di un film che si gloria della ricostruzione d’epoca, spacciando l’autenticità urbana per credibilità cinematografica e gabellando la filologia criminale per esattezza drammaturgica. Il guaio è che, dopo un decennio di crescita culminata nella serie televisiva prodotta da Canal+ Braquo (2009), il polar francese molto probabilmente sta perdendo colpi: basti pensare a 96 Heures (2014) di Frédéric Schoendoerffer, Mea Culpa (2014) di Fred Cavayé o al pericolante Colt 45 (2014) di Fabrice Du Welz, giusto per citare titoli recenti e ovviamente non distribuiti in Italia. Registi come Schoendoerffer o Cavayé, già autori di polar rimarchevoli quali Scènes de crimes (2000) e Truands (2007) o Pour elle (2008) e À bout portant (2010), segnano visibilmente il passo con pellicole artificiose, compiaciute e virtuosistiche - per quanto di gran lunga più personali di questo La French. Discorso simile, infine, per il gran visir del genere Olivier Marchal, che, chiusa la trilogia della solitudine con L'ultima missione (2008) e codiretta la serie Braquo con Schoendoerffer, ha realizzato il meno incisivo Les Lyonnais (2011).

Pomposo, carnascialesco e caricaturale, French Connection conferma la fase calante del polar, gonfiando la carenza di originalità con iniezioni di budget (più di 20 milioni di euro), cast a tre stelle (Dujardin/Lellouche/Magimel) e magniloquenza da affresco storico (lo scontro tra giustizia e criminalità nella Marsiglia di metà anni ’70). Se il thriller cibernetico Aux yeux de tous (2012), esordio al lungometraggio di Jimenez, cercava affannosamente una sua formula cinematografica accatastando immagini da telecamere di sorveglianza, webcam e soggettive di un hacker sedicenne, La French si accontenta di servire stracotto di Scorsese (sequenze musicali a episodi in stile Quei bravi ragazzi) aromatizzato con spolverate di Friedkin (il traffico di eroina negli Stati Uniti, le intercettazioni) e guarnizione manniana (il faccia a faccia tra Dujardin e Lellouche in territorio neutro). La mancanza di uno stile personale, compensata da grossolane rimasticature americanizzanti, è manifesta. Tra smaccati espedienti di montaggio (l’alternato ingannevole tra l’irruzione della polizia in casa di Charles Peretti e le operazioni di raffinazione dell’eroina nel laboratorio situato altrove), un’accattivante playlist di brani pop anni ’70 (C’est comme ça que je t’aime di Mike Brant, Comic Strip di Serge Gainsbourg, The Snake di Al Wilson e via di seguito) e figure femminili impeccabilmente convenzionali (devota e premurosa la moglie del bandito, esigente e lamentosa quella del giudice), French Connection sacrifica la specificità francese del polar sull’altare dello spettacolo anodino e tonitruante. E la tanto sbandierata verosimiglianza marsigliese si riduce a solare oleografia da cartolina mediterranea: perché a Marsiglia piove solo piombo.

Pubblicata su Gli Spietati.

giovedì 19 marzo 2015

P’TIT QUINQUIN






Un’indagine poliziesca stravagante, improbabile e burlesca condotta su strani crimini avvenuti nei pressi di un villaggio costiero del Boulonnais e su una banda di monelli guidata da P’tit Quinquin e dalla fidanzatina Ève (traduzione dal dossier de presse). 








Breve premessa non del tutto irrilevante: chi scrive ricorda troppo chiaramente le risate di scherno, gli applausi sarcastici e gli ululati fragorosi che accompagnarono la proiezione pubblica di Twentynine Palms a Venezia 60 per non nutrire una divertita perplessità nei confronti dell’entusiasmo suscitato dall’ultimo lavoro di Bruno Dumont. Corroborato da triviali messaggi affissi sul cosiddetto “muro delle stroncature” e ufficializzato da recensioni che definivano i protagonisti del film "due deficienti", il linciaggio riservato nel 2003 a Twentynine Palms fu letteralmente indimenticabile: i pochi spettatori che, alla fine di una proiezione piuttosto turbolenta, ebbero la malaugurata idea di applaudire il film vennero guardati con maliziosa supponenza e pietosa commiserazione o, addirittura, apertamente apostrofati come stupidi. Ebbene, nell’arco di dieci anni - e senza che una sola pellicola di Dumont successiva a Twentynine Palms sia stata distribuita in Italia - siamo passati dal pubblico ludibrio alla consacrazione cinefila ufficiale.

Anziché filmare qualcos’altro, mi sono rivolto verso me stesso e, finalmente, mi sono fatto la parodia (“P'tit Quinquin”: rencontre avec Bruno Dumont - Olivier Père - ARTE).

Eppure la perplessità non è del tutto giustificata, poiché, nonostante la momentanea adozione di toni più scanzonati rispetto al passato (con la maggiore fruibilità che ne deriva), P’tit Quinquin potrebbe essere tranquillamente considerato il primo lungometraggio di Bruno Dumont: il fatto che sia una miniserie conta soltanto per l’ampiezza della scrittura, l’impronta estetica complessiva restando palesemente inalterata (cinemascope, freddezza dell’impianto visivo, colori vivi e totale assenza di giallo nell’immagine). Detto altrimenti, P’tit Quinquin non si discosta troppo dalla prassi riepilogativa di Hors Satan: se il film-summa del 2011 radunava gli elementi disseminati nei film precedenti portandoli alle estreme conseguenze, la miniserie televisiva girata per Arte trascrive su uno spartito più lungo e in una chiave musicale alterata le note tipiche della composizione dumontiana. La chiave di questo pentagramma espanso è precisamente quella della parodia - o meglio dell’autoparodia grottesca. E dal momento che la parodia riposa sul procedimento della caricatura, ovvero l’esasperazione dei tratti caratteristici del modello, in P’tit Quinquin i connotati del cinema di Dumont si danno a vedere con inaudita chiarezza. Ecco perché si potrebbe considerare il suo primo lungometraggio: le forme visive, le configurazioni narrative e le ossessioni fondanti del suo cinema sono mostrate per la prima volta in modo ingigantito, inconfondibile e perfettamente leggibile.

A proposito di La vie de Jésus: Penso che la mancanza sia interessante, perché di fatto è una porta d’ingresso, una faglia, permette di entrare. […] Occorre, nella rappresentazione, trovare una faglia (Rencontre avec Bruno Dumont, “Mauvais genres”, 01/11/2014, France Culture).

Quinquin costituisce di fatto il personaggio maschile primordiale del cinema di Dumont: come non pensare a una versione infantile del Freddy di La vie de Jésus? Entrambi capibanda razzisti e attaccabrighe ed entrambi affetti da patologie (epilessia Freddy, ipoacusia Quinquin) che non intaccano minimamente la loro supremazia nel gruppo; entrambi scorrazzanti per le campagne del Nord-Pas-de-Calais su due ruote (Quinquin lascia cadere al suolo la sua bicicletta come Freddy la sua mobylette) ed entrambi legati sentimentalmente a figure femminili dai nomi primigeni (Quinquin-Ève, Freddy-Marie). Il commissario della “Gendarmerie nationale” di P’tit Quinquin rappresenta inoltre una versione infantilizzata e ancora più improbabile del tenente di polizia di L’Humanité (si noti, di passata, che ambedue portano i nomi di due pittori fiamminghi: Rogier van der Weyden e Pharaon de Winter) e, come Pharaon, ha un debole per le donne dei sospettati. Solo che, essendo un personaggio infantilizzato, non possiede ancora una sessualità completamente sviluppata e il suo desiderio non fa ancora differenza tra motociclette, corpi femminili e corpi equini (basti pensare alla voluttà con la quale, nell’ultimo episodio, accarezza il cavallo “boulonnais” del padre di Quinquin).

È la magia del cinema: poter oscillare dal visibile all’invisibile ed entrare nel cuore delle cose, nei misteri della nostra natura, nei luoghi più oscuri della contraddizione. Ci si riesce, di fatto, ma per equivalenze: non ci si arriva mai di fronte, impossibile. Ci si arriva sempre per la metafora e per le corrispondenze, unicamente attraverso le corrispondenze. In effetti il visibile corrisponde all’invisibile, è per questo che siamo toccati dal paesaggio. […] I miei personaggi passano il loro tempo a guardare o a mettersi sotto un bunker a osservare il mare, ma questo paesaggio significa qualcos’altro: non filmo la Manica, non è più la Manica” (Laure Adler s’entretient avec le cinéaste Bruno Dumont, “Hors-champs”, 26/11/2014, France Culture).

L’insistenza sul carattere infantile del comandante Van der Weyden non è affatto fortuita: l’intera miniserie riposa difatti sullo sguardo di Quinquin. Anzi, volendo andare più lontano, si può sostenere non troppo irragionevolmente che le vicende raccontate e rappresentate nei quattro episodi non siano altro che la messa in scena dell’immaginazione del piccolo Quinquin. Tornano in mente le dichiarazioni di Dumont a proposito di Flandres: “Penso che tutto il film non sia altro che la rappresentazione del fuoco del desiderio di Demester per Barbe e che il passaggio alla guerra sia innescato dalla rivalità con l’altro: la guerra non che è la messa in moto della rivalità nel desiderio. È per questo motivo che la guerra non si svolge da nessuna parte, perché è la volontà di distruggere il rivale. Demester desidera perdutamente Barbe, ma Barbe non è una donna per lui. […] La violenza, lo scatenamento omicida è la volontà assoluta di sopprimere il suo rivale e ottenere Barbe. […] È un film totalmente astratto, interiore” (Rencontre avec Bruno Dumont, “Mauvais genres”, 01/11/2014, France Culture). Come Flandres, dunque, P’tit Quinquin scaturisce dall’interiorità di un soggetto interno al film stesso, un personaggio che acquisisce lo statuto di protagonista non tanto per le azioni che compie, quanto in virtù dello sguardo che getta sulla realtà, riconfigurandola a suo uso e consumo. In un'intervista rilasciata il 2 gennaio a Philippe Vandel durante la trasmissione “Tout et son contraire” di France Info, alla domanda del conduttore radiofonico, sorpreso dal titolo dedicato a un personaggio tutto sommato marginale, Dumont risponde in questo modo: “Perché è l’eroe, è il ragazzino che è l’eroe e guarda svolgersi questa storia coi suoi grandi occhi stupiti. Dunque si tratta al tempo stesso della mescolanza di bambini e adulti, tutto ciò si mescola”. Incalzato dalla reazione meravigliata dell’intervistatore (“Per me è un personaggio ma non è l’eroe, non fa niente!”, esclama Vandel), il cineasta di Bailleul replica con sorridente serenità: “Ecco, è per questo che è l’eroe, perché non fa niente […] Guarda, dice sempre che ama la sua fidanzatina ed è tutto”.

Il processo cinematografico è un processo mistico di apparizione, è questa la messa in scena. (Laure Adler s’entretient avec le cinéaste Bruno Dumont, “Hors-champs”, 26/11/2014, France Culture).

I primi minuti di P’tit Quinquin sono ovviamente determinanti per individuare il procedimento di astrazione. Stante la caricaturale esemplarità della miniserie, l’inquadratura inaugurale ci mostra in tutta la sua grandezza il primum movens del cinema di Dumont: un piano di fondazione su un agglomerato rurale inquadrato in campo lunghissimo. In principio è lo spazio. Ma ogni film di Dumont nasce dall’incontro generativo tra uno spazio e un personaggio che lo abita e vivifica: gli incipit di L’Humanité, Twentynine Palms, Flandres e Hadewijch non lo testimoniano forse a sufficienza? La sequenza introduttiva ci mostra dunque il piccolo Quinquin che guarda, prima in semisoggettiva e poi in soggettiva, Ève e la sorella Aurélie oltre la cancellata che separa la loro fattoria dalla strada. Il colloquio di sguardi tra Ève e Quinquin ci dice già tutta la loro complicità e la corrente affettiva che li lega, ma per il momento siamo ancora in un reale non trasfigurato. La trasfigurazione si produrrà poco dopo, quando, chiamato dalla madre, Quinquin entra in casa, esce con la scodella di caffellatte - bevanda che nella simbolica dumontiana concretizza la mescolanza dei contrari - e, attraversata la stalla, appoggia la schiena alla parete per fare colazione in pieno sole, guardando dritto davanti a sé. La preparazione della soggettiva immediatamente successiva è inequivocabile e richiama con forza una situazione tipica nei film di Dumont (basti menzionare le sequenze iniziali di Flandres): inquadrato in mezza figura e con gli occhi socchiusi per via della luce particolarmente pungente del Nord, Quinquin fissa per alcuni secondi qualcosa davanti a sé. Un mucchio di letame in primo piano e, sullo sfondo, prati da pascolo e campi coltivati: è questo lo spazio soggettivo - uno spazio fertilmente vuoto - che il piccolo Quinquin riempirà con la propria immaginazione. Non più e non solo un paesaggio reale, ma un paesaggio eminentemente mentale: una faglia, una porta d’ingresso all’interiorità del personaggio.

Penso che il paesaggio filmato non sia più il paesaggio, è un paesaggio mentale (Laure Adler s’entretient avec le cinéaste Bruno Dumont, “Hors-champs”, 26/11/2014, France Culture).

A partire da questo istante, la rappresentazione sarà profondamente impregnata e permeata dell’interiorità di Quinquin, saturazione che peraltro rende perfettamente conto della tonalità infantile, della stravaganza dei crimini e della disarticolazione burlesca del racconto. Quinquin, insomma, è davvero il protagonista poiché si limita a osservare: la sua attività principale risiede effettivamente nel cucire insieme le varie sezioni narrative generate dalla sua attività visiva e immaginativa (non sfugga la puntuale apparizione del bambino all’inizio, nel bel mezzo o alla fine di ogni sequenza apparentemente autonoma o svincolata dal suo sguardo). Quinquin è fisicamente/finzionalmente onnipresente e questo lo rende a tutti gli effetti un auctor in fabula, perché di favola si tratta: l’intera vicenda poliziesca, giusto per fare un esempio macroscopico, prende avvio con l’apparizione magica di un elicottero sulla spiaggia, sorta di gigantesco insetto che invita i bambini a seguirlo. Ma possiamo andare ancora più lontano: l’indagine del commissario Van der Weyden e del suo strampalato aiutante Carpentier nasce da un desiderio preciso di Quinquin e da una situazione propizia all’ideazione narrativa. La situazione propizia è quella dell’inizio delle vacanze scolastiche (il padre di Quinquin, rimproverando al figlio il lancio nel vuoto della bicicletta, sbotta: “È il tuo primo giorno di vacanza ed è sempre così! […] Si direbbe che hai messo tutto sottosopra!”). Ozio, noia, tempo da perdere: “A cosa servono le vacanze se non si può non far niente?”, replica seccato Quinquin al padre che gli fa puntigliosamente notare che le vacanze non sono una giustificazione per bighellonare. E il desiderio, molto semplicemente, è quello di intrattenere e conquistare totalmente la fidanzatina Ève: Quinquin costruisce l’inchiesta poliziesca per lei, per avvincerla mentalmente e fisicamente (nell’ultima inquadratura della serie Quinquin la abbraccia con un’espressione visibilmente soddisfatta), provvedendo nel frattempo a sbarazzarsi della rivale Aurélie, la sorella di Ève che nella prima sequenza la teneva lontana da lui e che, agli occhi di Quinquin, rappresenta una minaccia, un fattore di disturbo, separazione e potenziale rottura del suo microcosmo ideale (un microcosmo a tenuta stagna in cui non c’è posto per stranieri, eccentriche ambizioni televisive o moleste invasioni mediatiche). Non diversamente dai film precedenti di Dumont, in definitiva, l’origine della tensione è l’amore ed è una rivalità a scatenare il conflitto che prende corpo nel racconto (ancora una volta Flandres s’impone come titolo di riferimento). Il discorso potrebbe continuare a lungo prendendo in considerazione la matrice fantastica del cinema di Dumont, una matrice che rifiuta l’intelligenza raziocinante in favore della “simbolica del caffellatte”, o insistendo sul carattere spurio dell’invenzione finzionale di Quinquin (la delucidazione dei procedimenti generativi della narrazione non si lascia ridurre alla retorica convenzionale del racconto: i personaggi di P’tit Quinquin sono al tempo stesso creature infantili e individui adulti che blaterano di Zola, Rubens e dell’immanenza del male). Ma questa recensione non ha la pretesa di illuminare complessivamente il cinema del regista di Bailleul, nutre soltanto la speranza di aver gettato una luce obliqua e singolare su una miniserie televisiva che, nonostante le apparenze, dialoga in profondità con tutto ciò che l’ha preceduta, derisione inclusa.

Pubblicata su www.spietati.it.

mercoledì 12 novembre 2014

IM KELLER

Im Keller segna il ritorno al genere documentario di Ulrich Seidl. Il film cerca di fornire una rappresentazione del particolare rapporto che c’è tra gli austriaci e i loro seminterrati e di definire le specificità di questi luoghi. I seminterrati sono i luoghi in cui gli austriaci, soprattutto uomini, passano il tempo libero. Im Keller punta una luce su questi luoghi sotterranei che normalmente sono nascosti e, se da un lato fornisce delle risposte, dall’altro pone nuove domande al pubblico (dal sito della Biennale). 









Sono due i concetti che s’impongono con forza guardando Im Keller. Il primo, come osserva Matteo Marelli su Uzak, è quello di Wunderkammer: la camera delle meraviglie così diffusa nell’Europa centrale tra XVI e XVIII secolo in cui i collezionisti - tra i quali imperatori, sovrani e principi - raccoglievano mirabilia di varia natura, vale a dire oggetti che suscitavano stupore e curiosità per la loro originalità, eccezionalità e stravaganza. A un primo sguardo, il campionario di storture, aberrazioni e bizzarrie raffigurato in Im Keller si sposa perfettamente con la logica collezionistica della Wunderkammer, una logica attratta dall’insolito e dallo straordinario. L’istruttore di tiro appassionato di lirica e tenore dilettante, lo strambo e minuto ammiratore di prostitute che vanta una prodigiosa potenza virile e ingabbia meticolosamente la compagna di giochi, l’anziana signora che coccola bambolotti d’impressionante realismo amorevolmente custoditi in scatole-culle, lo sportivo che corre giudiziosamente sul tapis roulant e fa innumerevoli vasche in una piscina di dimensioni lillipuziane, le taciturne lavandaie di mezza età, la donna masochista che lavora paradossalmente alla Caritas aiutando le donne che subiscono violenze, il cacciatore onnivoro fiero dei suoi trofei, il nostalgico nazista suonatore di tuba, la coppia sadomaso che trascorre giornate di incantevoli sevizie: che cosa rappresenta questo eccentrico assortimento di esemplari austriaci se non un’eclettica galleria di naturalia allestita per destare meraviglia?

Il secondo concetto, che appare appena sotto la superficie del mirabile visu, mostra invece qualcosa di radicalmente diverso dall’idea del repertorio bizzarro. Si tratta dell’intima complementarità tra queste pratiche letteralmente sotterranee e la condotta tenuta apertamente, alla luce del sole, dai soggetti rappresentati e non solo. Emblematica in questo senso la figura della donna che lavora per la Caritas: la plateale contraddittorietà tra ossessione masochistica privata e professione pubblica di aiuto alle vittime della violenza maschile rivela, al contrario, l’intrinseca compatibilità tra due dimensioni apparentemente inconciliabili. Quello che appare stridente e grottescamente contraddittorio è invece ciò che si integra alla perfezione: sono le fantasie coltivate nello scantinato (la collocazione sotterranea è in questo senso di un’esattezza impressionante) a sorreggere, come fondamenta nascoste, l’attività quotidiana degli individui raffigurati. E per proprietà transitiva (questa la funzione dei martellanti sguardi in macchina) degli spettatori tutti: la dialettica tra passione nascosta e professione manifesta messa in scena da Im Keller è, in misura iperbolica e caricaturale, quella che ciascun individuo, ovviamente secondo modalità distinte, riproduce nel teatro della propria esistenza. Osservato da questa prospettiva infima e rovesciata (qui sono il basso e l’abietto a dominare), il seminterrato reale si tramuta in spazio mentale e il grottesco particolare diviene antro universale, cavità in cui si annidano i desideri reconditi e le fantasie più o meno oscene ed esecrabili che ogni soggetto custodisce nel chiuso della propria coscienza.

A proposito del cinema di Seidl si parla spesso e a ragion veduta di inferno visto da vicino: Im Keller sembra inverare esemplarmente questa affermazione. Ma, se d’inferno si tratta, abbiamo a che fare con un inferno che genera simultaneamente e per contraccolpo, come nella ben nota concezione dantesca (mi scuso per la reminiscenza scolastica), l’isola-montagna del purgatorio col paradiso terrestre che ne occupa la cima. Non è dato scindere le due entità, esse sono intrinsecamente connaturate. Inorridire moralisticamente sarebbe tanto miope e autoassolutorio quanto compiacersi morbosamente. Imbuto infernale ed escrescenza purgatoriale fanno parte della stessa realtà: quella della nostra esistenza.

Pubblicata su www.spietati.it.

mercoledì 29 ottobre 2014

ANIME NERE

Se nasci in Aspromonte il tuo destino è spesso segnato, ma molti giovani cercano di intraprendere un cammino alternativo e vanno a vivere altrove. Sono però costretti a tornare al luogo d’origine dove le dinamiche sono criminali e l’insegnamento tramandato dalla famiglia, che loro stessi hanno assorbito, è spesso crudele e duro da accettare. Ad una situazione già difficile si aggiungono una realtà familiare fatta di affetti e contraddizioni e un paesaggio straordinario. Una storia incentrata sul male che definisce i rapporto tra gli uomini (dal sito della Biennale).








Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco («La storia che racconto - lui dice - è solo frutto di fantasia», si legge sulla seconda aletta di copertina), Anime nere raccoglie solo alcuni spunti del libro per addentrarsi nei meandri dei rapporti tra Luigi (Marco Leonardi), Rocco (Peppino Mazzotta) e Luciano (Fabrizio Ferracane), fratelli di una famiglia segnata dal sangue (l’uccisione del padre su un sentiero di montagna da parte di un rivale), dalla criminalità (il traffico di stupefacenti messo in piedi da Luigi e l’attività edilizia di Rocco a Milano, sovvenzionata dai proventi del commercio di droga) e dalle tradizioni dell’Aspromonte (Luciano, il fratello maggiore, è rimasto ad Africo e, prendendo le distanze dagli affari di Luigi e Rocco, coltiva la terra e alleva le capre senza nutrire ambizioni espansionistiche). A differenza del padre, Leo (Giuseppe Fumo), il figlio ventenne di Luciano, intende seguire le orme degli zii e, presa a fucilate la vetrina di un bar il cui titolare aveva osato gettare fango sulla reputazione della famiglia, parte nottetempo per Milano raggiungendo Luigi e Rocco. La ragazzata di Leo, come viene definita dal boss locale Nino Barreca a Luciano in una convocazione dai risvolti intimidatori, accende tuttavia la miccia di una reazione a catena che, ricondotta l’intera famiglia ad Africo per rafforzare il prestigio territoriale a dispetto della supremazia del clan Barreca, porterà all’inevitabile spargimento di sangue (di cui Luigi sarà la prima vittima).

Si diceva dei legami piuttosto flebili tra il romanzo di Criaco e il film di Francesco Munzi, affiancato alla sceneggiatura da Fabrizio Ruggirello e Maurizio Braucci: se difatti il libro, benché scritto per lo più in prima persona, possiede un andamento rapsodico (frequenti i cambi di prospettiva e le divagazioni storico-antropologiche) e un respiro assai ampio sia cronologicamente che geograficamente (dalle leggende arcaico-tribali al loro riverbero nella contemporaneità e dalla Locride a Milano passando per la Sierra Nevada, Creta, Torino, Roma, Monaco di Baviera e Parigi), la pellicola riduce sensibilmente la pluralità di punti prospettici (pur mantenendo un impianto corale, l’alternanza delle focalizzazioni si tiene stretta alla saga familiare senza traiettorie eccentriche) e si concentra su un arco piuttosto limitato di tempo e spazio (difficile ipotizzare un tempo del racconto superiore a qualche settimana, la linearità della narrazione restringendo inoltre il teatro dell’azione al triangolo Amsterdam-Lombardia-Aspromonte). Serrando tempi e spazi in modo sempre più marcato attorno ai legami di sangue e all’onore da difendere a ogni costo, Anime nere delinea progressivamente il proprio centro d’interesse: non tanto l’incontenibile avanzata dei “figli dei boschi”, come vengono chiamati nel romanzo, alla conquista del mondo criminale (“Eravamo tutti simili, mossi irrefrenabilmente da una forza spropositata che ci portava a sostituire gli ormai spenti napoletani e siciliani che ci avevano preceduto”, p.102), quanto, più precisamente, l’indagine di una forma di pensiero e azione profondamente radicata in un territorio definito ma ancor più profondamente alimentata da logiche cristallizzate nella tradizione.

Non è fortuito, dunque, che il gesto estremo col quale Luciano tenta d’interrompere il meccanismo ciclico e autoperpetuantesi della vendetta sia anticipato dal rogo, questo sì davvero folle e incomprensibile nell’ottica tradizionale, delle fotografie di famiglia (tra le quali quella del padre ucciso). Per spezzare il cerchio punitivo non è sufficiente celebrare il culto della terra rinunciando all’avidità e accantonando le fantasie di grandezza (quando Luigi, nei panni del diavolo tentatore, gli propone il possesso di tutta la montagna, Luciano risponde che non saprebbe che cosa farsene e che gli basta ciò che ha), occorre anche e soprattutto distruggere quella parte di memoria in cui l’odio si è sedimentato e vistosamente coagulato, seguitando ad alimentare i propositi vendicativi. Odio tramandato e oblio agognato sembrano insomma riassumere le due tensioni fondamentali di una pellicola che, se da una parte sviluppa con ammirevole rigore l’esplorazione in profondità di un’abitudine mentale e sociale all’ostilità e alla violenza, dall’altra evidenzia più di una volta la difficoltà altrettanto palese nel saldare scavo antropologico e progressione narrativa: non un solo elemento risulta svincolato dall’esigenza di significare a chiare lettere il proprio ruolo all’interno della narrazione e dall’obbligo di trovare una collocazione nel quadro d’insieme. Restrizione categorica e sistematica che in più occasioni finisce per svilire l’azione a semplice funzione determinativa (basti pensare alla sequenza dell’esecuzione di Luigi, preceduta da una passeggiata notturna che è già cronaca di una morte annunciata), la recitazione a ostensione dimostrativa (la sequenza della cerimonia funebre col conseguente colloquio di sguardi tra Rocco e Luciano) e la rappresentazione a esposizione illustrativa (persino una capra che guarda in macchina diviene emblema del caos incipiente). E se la fotografia desaturata di Vladan Radovic dialoga efficacemente con le sonorità rarefatte e vibranti di Max Richter (“Summer 2” e “Winter 3”) o con l’ampiezza malinconica dei Set Fire to Flames (“Steal Compass/Drive North/Disappear”), il compasso estetico del film fatica spesso ad aprirsi a un’interazione con l’ambiente non strettamente e rigidamente funzionale al disegno narrativo. È infine opinabile parere di chi scrive che sia ancora Il resto della notte ad attestarsi come l’esito più equilibrato e incisivo raggiunto finora del quarantacinquenne cineasta romano.

Pubblicata su www.spietati.it

sabato 18 ottobre 2014

PASOLINI

La notte del 2 novembre 1975 a Roma viene ucciso Pier Paolo Pasolini. Ha 53 anni. Pasolini è il simbolo di un’arte che combatte contro il potere. Ciò che scrive scandalizza, e i suoi film sono perseguitati dai censori; in molti lo amano e in molti lo odiano. Il giorno della sua morte, Pasolini ha passato le sue ultime ore con l’adorata madre e più tardi con i suoi amici più cari, fino a quando non esce nella notte in cerca di avventure con la sua Alfa Romeo. All’alba viene trovato morto su una spiaggia di Ostia, nella periferia della città.









La prima domanda che viene da porsi guardando Pasolini è anche quella più banale e insidiosa: che cosa ha spinto Abel Ferrara a girare un film su uno degli intellettuali italiani più controversi e celebrati del XX secolo? Ovviamente, per evitare le secche dello psicologismo, occorre subito riformulare l’interrogativo, spostando risolutamente l’accento sul film stesso (a domande del genere sono sempre e soltanto i testi a rispondere, inutile lanciarsi in audaci congetture sulle cosiddette intenzioni dell’autore). Quindi: che cosa, in questo film e al di là degli aspetti biografico-cronachistici, si salda alla poetica ferrariana? Detto più chiaramente: qual è l’ossessione fondamentale che abita il Pasolini di Ferrara? Formulata in questi termini, la domanda non è così ovvia: se consideriamo la replica alla domanda rivoltagli nell’ultima intervista televisiva (rilasciata il 31 ottobre 1975 a Parigi), l’attività letteraria sembrerebbe incarnare integralmente questa marca ossessiva, riassumendo in sé gli altri tratti espressivi:
- Qual è la qualifica professionale che preferisce: poeta, romanziere, dialoghista, sceneggiatore, attore, critico, regista?
- Nel passaporto scrivo semplicemente scrittore.

Invece il mio dovere di scrittore è quello di fondare ex novo la mia scrittura: e ciò non per partito preso, anzi, per una vera e propria coazione a cui non posso in alcun modo oppormi.
(“Petrolio”, p.48)

In realtà il Pasolini di Ferrara - e in questo senso la giustezza del ritratto filmico ha dell’impressionante, indiscutibile apporto di una sceneggiatura libera e avvertita - non ha i connotati dello scrittore canonico concentrato esclusivamente sulla sua opera, ma spazia in più ambiti espressivi: letteratura, certo, ma anche critica sociale, impegno politico-culturale e, soprattutto, cinema. Di fatto è proprio il cinema a occupare uno spazio sempre più rilevante nella sua produzione, come si evince del resto dalle dichiarazioni contenute in una pellicola che dialoga intimamente col film di Ferrara: Pasolini prossimo nostro (Giuseppe Bertolucci, 2006). Qui, nella lunga intervista rilasciata a Gideon Bachman sul set di Salò durante le riprese finali del film, Pasolini pronuncia parole di tenore sensibilmente diverso rispetto alla supposta supremazia letteraria, ma a ben vedere non incompatibili con la pratica significante della scrittura, sebbene esercitata su lingue - ma sarebbe più pertinente parlare di materie dell’espressione - diverse. Quello che conta, insomma, è salvaguardare l’esigenza espressiva, la necessità, sempre più minacciata e circoscritta, di operare a un livello non sovrastrutturale con la realtà, aggirando il più possibile il discorso del potere, entrando in relazione profonda con la sostanza del mondo: “Non scrivo più come prima, il che equivale a dire che non scrivo più. In principio, quando ho cominciato a fare cinema, ho pensato che fosse solo l’adozione di una tecnica diversa, direi quasi di una tecnica letteraria diversa. Poi, invece, mi sono reso conto, pian piano, che si tratta dell’adozione di una lingua diversa. Quindi ho abbandonato la lingua italiana, con cui mi esprimevo come letterato, per adottare la lingua cinematografica. Ho detto varie volte, per protesta, contestazione totale, che avrei voluto rinunciare alla nazionalità italiana. Facendo del cinema ho rinunciato alla lingua italiana, cioè alla mia nazionalità. Ma la verità è un’altra, forse più complicata e profonda: la lingua esprime la realtà attraverso un sistema di segni. Invece, il regista esprime la realtà attraverso la realtà. Questa è forse la ragione per cui mi piace il cinema e lo preferisco, perché esprimendo la realtà come realtà opero e vivo continuamente a livello della realtà.”

Vorrei mimare l’ecolalia, essere fàtico, fàtico,
e così esprimere, al grado più basso, il tutto.

(“Propositi di leggerezza”, in “Trasumanar e organizzar”, p.60)

Non mette conto sottolineare in questa circostanza l'ingenuità della concezione teorica pasoliniana, pacificamente ascrivibile alla stortura semiologica convenzionalmente definita “fallacia del referente” (vale a dire la confusione tra significato e referente nella funzione segnica). Ciò che importa, invece, è rilevare quanto la pulsione espressiva tenda ad abbattere le barriere tra una sfera creativa e l’altra o, in termini pasoliniani, tra una lingua e l’altra. È questa stessa tensione, per inciso e secondo chi scrive, a sostanziare il plurilinguismo del film: il passaggio tra i vari idiomi non allude semplicemente alla dimensione internazionale dell’intellettuale, ma suggerisce una vera e propria vocazione panlinguistica, una propensione alla libera frequentazione di domini linguistici di natura diversa. Non inganni, quindi, l’opposizione tra letteratura e cinema. Del resto questo momento della vicenda biografica pasoliniana vede sfumare i confini tra una sfera espressiva e l’altra (la lettera a Moravia parzialmente riprodotta nel film testimonia la riformulazione dello stesso progetto letterario, facendo del rapporto tra autore e opera il cuore stesso dell’elaborazione romanzesca: “Ho reso il romanzo oggetto non solo per il lettore ma anche per me: l’ho messo tra il lettore e me, e ne ho discusso insieme”), non esclusa quella squisitamente esistenziale e affettiva (basti pensare all’ultima intervista domestica o alla sequenza in cui gli spunti figurativi di Porno-Teo-Kolossal sono sbozzati al tavolo della trattoria). Ripetiamolo: ciò che importa davvero è l’espressione, non l’ambito materiale in cui essa si manifesta.

(…) tutto ciò che io vi riferirò, non è apparso nel teatro del mondo ma nel teatro della mia testa, non si è svolto nello spazio della realtà ma nello spazio della mia immaginazione, non si è, infine, concluso secondo le regole contraddittorie del gioco dell’esistenza, ma si è concluso secondo le regole contraddittorie del gioco della mia ragione.
(“Petrolio”, p.413)

È in questo senso che la scrittura, svincolata dalla semplice fissazione dei segni verbali sulla pagina, può compiutamente configurarsi come pratica significante autonoma e pervasiva, come espressione suscettibile di trasferirsi dalla pagina allo schermo, dal verso al corpo. La stessa morte di Pasolini diviene, nella rappresentazione filmica ferrariana, fatto di scrittura, fatto espressivo: anziché tentare la fuga o assumere un atteggiamento remissivo, egli si oppone agli aggressori con la stessa disperata e rovinosa fermezza con la quale si opponeva, nelle sue opere, alla ferocia del pensiero dominante. Davvero qualcuno potrebbe supporre che queste figure sbraitanti sbucate dalla notte ostiense non siano emanazioni di quello stesso pensiero, anzi, per usare un termine tanto raccapricciante quanto calzante, di quella stessa mentalità? Chiamiamola pure come vogliamo (fascismo, oscurantismo, perbenismo, bullismo e altri -ismi altrettanto parziali e inessenziali): resta il fatto che Dafoe/Pasolini vi si oppone e opponendosi soccombe. Ma è anche soccombendo a queste forze dell’uniforme che lascia su di noi una macchia indelebile: non diversamente dal Deveraux di Welcome to New York, per quanto l’accostamento possa suonare blasfemo e irriverente, sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia (così come sulla carta o sulla celluloide), il Pasolini di Ferrara “non cede sul proprio desiderio”. E, spingendo oltre l’interpretazione, in questa letale opposizione s’indovina addirittura la condensazione del dramma pasoliniano messo in scena da Ferrara: prendere posizione contro il criptofascismo dominante significa sì esprimersi (e quindi inverare uno slancio vitale), ma al tempo stesso significa piazzare la propria esistenza sotto l’ipoteca della morte. Nell’antagonismo dell'espressione, insomma, si condensano impulsi vitali e pulsione di morte, azione e coazione.

Torniamo però al dialogo tra Pasolini e Pasolini prossimo nostro. A molti - e a ragione - non è affatto sfuggita la clamorosa analogia tra l’intellettuale italiano e il cineasta newyorkese generata dall’affermazione “farei film anche se fossi l’ultimo uomo sulla terra. O faccio film o mi suicido”, affermazione incastonata nell’intervista rilasciata a Furio Colombo da Pier Paolo Pasolini poche ore prima di essere assassinato (incastonata poiché nell’intervista originale non vi è traccia di un’affermazione del genere). L’analogia con la prassi cinematografica ferrariana è così forte che potremmo pensare a un’aggiunta vera e propria, qualcosa come una licenza (di) poetica. In realtà, si tratta ancora una volta di farina pasoliniana, semplicemente travasata da un’intervista all’altra. La suddetta dichiarazione si trova, con lievi differenze, nella pellicola di Bertolucci: “Continuerei a fare lo stesso, prometto, il cinema, anche se la libertà fosse solo da parte mia e si esaurisse con l’espressione. Forse lo continuerei a fare lo stesso perché ho bisogno di farlo, mi piace farlo e lo farei. O mi suicido o lo faccio”. La conclusione del passaggio in questione è altrettanto cruciale: “Cioè, a un certo punto, io facendo un film mi esprimo. Se poi questa mia espressione viene completamente alienata e meccanizzata, vabbè pazienza, io intanto mi sono espresso il più possibile liberamente”. Difficile equivocare: a essere irrinunciabile non è tanto il cinema in sé, quanto, più profondamente, l’opportunità che esso offre di esprimersi. Ed esprimersi “il più possibile liberamente” per giunta: libertà irrimediabilmente parziale e inevitabilmente condizionata (dalle materie manipolate in primo luogo), certo, ma cionondimeno non circoscrivibile a un solo campo linguistico né a un codice specifico.

Qualsiasi opera avviene nel mistero.

In quest’ottica performativa della scrittura che, non è superfluo ricordare, è anche scrittura filmica, tornano in mente le parole di Linguaggio e cinema di Christian Metz, un libro che, nonostante i suoi quarantatré anni, continua a fornire spunti critico-teorici tutt’altro che irranciditi: “la scrittura non è né un codice né un insieme di codici, ma un lavoro sui codici, a partire da essi, contro di essi, lavoro il cui risultato provvisoriamente “fermato” è il testo, ossia il film: perciò la chiamiamo filmica” (pp.291-292). Se questa concezione estensiva, dinamica e antagonista della scrittura si presta perfettamente a delineare il tumultuoso percorso espressivo di Pier Paolo Pasolini, essa si adatta altrettanto agevolmente al magma audiovisivo messo in scena da Ferrara, un delirio organizzato che s’irradia scompostamente seguendo le linee di fuga che l’universo pasoliniano proiettava sull’avvenire. Dal montaggio di Salò (ancora una volta il film nel suo processo di composizione) all’iconografia ipotetica e trasandata di Porno-Teo-Kolossal (pellicola che nasce sulle ceneri di un progetto incompiuto e che si rifiuta letteralmente di finire), passando per le visioni dei frammenti di Petrolio (Il pratone della Casilina; L’Epochè: Storia di un uomo e del suo corpo), Pasolini non fa che ripetere incessantemente questa verità paradossale: esprimersi significa al tempo stesso vivere e morire. Ed è proprio in questo senso che il Pasolini di Pasolini è ferrariano e il Ferrara di Pasolini pasoliniano: nella condivisione di un’affine pulsione espressiva che è al tempo stesso slancio vitale e ipoteca di (auto)distruzione, indipendentemente dal livello e dalla sfera in cui l’espressione stessa - la scrittura dei sensi - si materializzi.

Pubblicata su www.spietati.it

martedì 14 ottobre 2014

THE LOOK OF SILENCE

The Look of Silence, seguito del documentario drammatico The Act of Killing, analizza ancora il tema del genocidio in Indonesia, le purghe anticomuniste del 1965, affrontandolo da un'altra prospettiva. The Look of Silence offre una visione della tragedia da parte delle vittime, in particolare segue la storia di un uomo sopravvissuto, il cui fratello è stato torturato fino alla morte durante la rivoluzione da un gruppo di ribelli; storia già raccontata dal punto di vista degli assassini nel documentario del regista The Act of Killing. In The Look of Silence si osserva la famiglia dell’uomo ucciso, in particolare il fratello minore, che decide di incontrare gli uomini che hanno massacrato uno di loro (dal sito della Biennale). 






"Let the past be past" is a dishonest sentence if there is no acknowledgement of what the past is and what it means (Joshua Oppenheimer).

Verso i tre quarti della versione lunga (159’) di The Act of Killing, inquadrato in primo piano dalle telecamere di una rete televisiva indonesiana, uno dei leader del gruppo paramilitare Pancasila Youth dice a chiare note: “Non ci sarà nessuna riconciliazione, poiché quello che è accaduto è storia. La storia è dovuta andare in questo modo, sicché non c’è alcuna riconciliazione”. Ciò che il comandante in questione pronuncia con sbruffonesca magniloquenza è esattamente quella stortura che Raymond Aron, nell’Introduzione alla filosofia della storia, ha definito “illusione retrospettiva di fatalità”, ovvero la concezione secondo la quale gli eventi procedono in una direzione rigorosamente predeterminata e ineludibile. E in The Look of Silence una proposizione simile (“il passato è passato”) torna come un mantra sia nelle arroganti dichiarazioni degli aguzzini che nelle intimidite testimonianze dei sopravvissuti. Ebbene, il punto cruciale del dittico indonesiano di Joshua Oppenheimer sta precisamente qui, nella confutazione di questa tautologia mistificatoria che cristallizza il passato in un luogo totalmente separato dal presente ed ermeticamente chiuso. Si tratta di una posizione che confina con l’amnesia vera e propria, con l’oblio coatto e rinunciatario che sottrae il passato alla rivisitazione critica e al giudizio morale.

La tautologia semplificatoria e deterministica è profondamente radicata nell’opinione comune: il passato è passato e non può più essere modificato, non abbiamo più potere su ciò che è stato. A sgretolare irrimediabilmente questa posizione deresponsabilizzante e in fondo acquiescente è Paul Ricoeur in Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato (Il mulino, Bologna, 2004). La considerazione del passato come un deposito di fatti immutabili e intoccabili coglie solo una parte di verità (quella legata al carattere indelebile di ciò che è stato), ma al tempo stesso blocca ogni tentativo di reinterpretazione del senso degli eventi, del loro peso morale alla luce del presente e, soprattutto, del futuro: “Se, infatti, i fatti sono incancellabili. se non si può più disfare ciò che è stato fatto, né fare in modo che ciò che è accaduto non lo sia, in compenso il senso di ciò che è accaduto non è fissato una volta per tutte; oltre al fatto che gli avvenimenti del passato possono essere interpretati altrimenti, il carico morale legato al rapporto di colpa rispetto al passato può essere appesantito oppure alleggerito, a seconda che l’accusa imprigioni il colpevole nel sentimento doloroso dell’irreversibile, oppure che il perdono apra la prospettiva di una liberazione dal debito, che equivale a una conversione del senso stesso del passato” (pp.92-93).

E il progetto del perdono come retroazione del presente (e del futuro) sul passato è ciò che sta alla base del dittico di Joshua Oppenheimer: se The Act of Killing ha scoperchiato l’enormità del massacro avvenuto in Indonesia tra il 1965 e il 1966 assumendo un’ottica prevalentemente retrospettiva (lo spettacolare reenactement degli interrogatori, delle torture e delle esecuzioni ai danni dei comunisti o presunti tali), The Look of Silence adotta invece un punto di vista saldamente ancorato nel presente. Perché solo un’ottica fissata nell’oggi dei figli (il protagonista del documentario è Adi, nato nel 1968 e fratello minore di una delle vittime più raccontate e ricordate del massacro dello Snake River) può rivisitare l’eccidio mettendolo in relazione a un domani di riconciliazione, soltanto uno sguardo non accecato dalla paura del passato è in grado di concepire un futuro di riavvicinamento tra individui che il presente vuole animosamente separati. Anzi, proprio in virtù di questo ancoraggio nel presente, il timore si converte in risorsa esplorativa, concentrazione investigativa, esattezza delle domande. Girato nel 2012 dopo la fine di The Act of Killing ma prima della sua proiezione pubblica (ciò che vediamo nel secondo documentario non si sarebbe potuto filmare una volta scoperchiato il vaso di Pandora, lo scalpore destato lo avrebbe reso impossibile), The Look of Silence è stato realizzato in condizioni di pericolo costante: la troupe dei faccia a faccia con gli assassini ancora al potere comprendeva esclusivamente individui danesi dai cui cellulari erano stati rimossi i numeri memorizzati per salvaguardare incolumità e anonimato dei collaboratori indonesiani, Adi circolava senza documenti, gli spostamenti erano effettuati con due automobili per facilitare la fuga in caso di inseguimento e, infine, la famiglia di Adi è stata trasferita a migliaia di chilometri per metterla al riparo da sicure rappresaglie.

Negli spinosi confronti tra chi ha partecipato direttamente o indirettamente alla carneficina di cinquant’anni prima e Adi, ottico quarantaquattrenne che s’incarica di preparare occhiali per i suoi interlocutori, la sensazione di minaccia incombente è sovente palpabile e talvolta dichiarata (il leader del Commando Aksi, braccio armato delle milizie regolari incaricato di effettuare concretamente lo sterminio, lo incalza con domande mirate a scoprire da quale villaggio viene e che tipo di attività cospiratoria svolga), ma la compassata ed empatica fermezza dell’optometrista tiene a bada l’aggressività strisciante, impedendo che i colloqui degenerino in livorose requisitorie e reazioni violente. Le domande sulle reali responsabilità dell’ecatombe e le richieste di riconciliazione di Adi s’infrangono immancabilmente contro la resistenza degli anziani esecutori a riconoscere il significato morale delle loro azioni e contro l’omertà degli altrettanto anziani abitanti del luogo. Il paradosso è questo: gli esecutori non nascondono di aver partecipato alla carneficina, al contrario - come già accadeva in di The Act of Killing - si vantano dell’efficienza del loro modus operandi, illustrando nel dettaglio e con compiaciuta sbruffoneria le procedure del massacro dello Snake River. Il motivo di questa vanagloria è semplice: i mandanti sono saldamente al potere e loro beneficiano ancora dei privilegi ricevuti per l’obbedienza dimostrata (si noti di passata che in The Look of Silence si trova il nucleo generatore di entrambi i documentari: le riprese, effettuate nel febbraio del 2004, in cui due leader degli squadroni della morte portano Oppenheimer su una sponda dello Snake River, teatro di oltre 10000 esecuzioni tra cui quella di Rumli, rievocando vivacemente le modalità di sterminio e mettendosi infine in posa, sorridenti e vittoriosi, per scattare delle foto ricordo).

Tuttavia, quando si tratta di passare dall’aspetto procedurale a quello morale, le cose cambiano radicalmente: le responsabilità personali stanno sempre altrove, dislocate nelle ramificazioni del potere, diluite nell’egida dell’esercito regolare e giustificate dall’indiscutibilità degli ordini. Impossibile fare breccia in questa corazza legittimata dall’alto. Non è fortuito che la sola persona capace di mostrare segni di incrinatura sia la figlia di uno degli aguzzini: la struttura che sorregge e giustifica la costruzione autoassolutoria non è così infrangibile in chi non l’ha dovuta assimilare direttamente. Per quanto il programma di prevenzione anticomunista seguiti a generare spaventose semplificazioni (i truculenti racconti che vengono ammanniti dall’insegnante al figlio di Adi), la campagna persuasiva ufficiale può essere smascherata e definita per quello che è: propaganda. L’ottico itinerante lo dice apertamente e a più riprese ai leader degli squadroni della morte, ottenendo le puntuali reazioni irritate ed evasive; e lo dice anche al giovane figlio per contrastare l’indottrinamento scolastico al quale è sottoposto quotidianamente. Ma, pur percorribile, questa strada solitaria non è in grado di produrre un autentico cambiamento, poiché per formulare un’immagine collettiva del passato liberata dalle incrostazioni ideologiche è necessaria una trasformazione politica.

Occorre innanzitutto che il governo riconosca i crimini commessi (cosa che solo dopo The Act of Killing è avvenuta in parte e con molta riluttanza) e occorre che inizi un processo politico che, chiamando in causa gli stati conniventi (gli Stati Uniti in primo luogo: si veda il notiziario NBC del 1967 incluso nella pellicola), ristabilisca, per quanto possibile, la verità storica e la giustizia. Solo allora si aprirà uno spiraglio per una riconciliazione non occasionale e occasionalmente ritrattabile. Nel confronto finale tra Adi e la famiglia di uno dei principali artefici, attualmente deceduto, dell’uccisione di Rumli (omicidio più volte rievocato e persino rappresentato graficamente in un libro scritto e illustrato dall’uomo scomparso), i figli e la vedova negano ripetutamente di essere a conoscenza del coinvolgimento del padre nel massacro, simulando inconsapevolezza in perfetta malafede, dal momento che Oppenheimer ha trascorso alcuni mesi con loro ricostruendo scrupolosamente la sanguinosa vicenda in cui l’uomo aveva avuto un ruolo di primo piano: questa sconfessione, ovviamente indotta dalla vergogna e dal timore di essere considerati colpevoli e codardi, è esattamente ciò a cui va incontro l’iniziativa del singolo se non accompagnata da un processo di riformulazione collettiva e ufficiale del passato. Ed è per questo motivo che, sul finire della sequenza, Oppenheimer interviene in prima persona, dissociando la propria prospettiva da quella di Adi e mostrando alla reticente famiglia un altro video in cui il padre sbandiera orgogliosamente il libro scritto a futura memoria: non si tratta di un gesto calcolato e mosso da cinismo forcaiolo, ma di un atto impulsivo dettato dalla sorpresa e dall’incredulità di fronte a un rinnegamento così spudorato.

A fare da controcanto domestico e in qualche modo familiarmente lirico, Oppenheimer alterna gli incontri con gli anziani capi del Commando Aksi (e con un amico di Rumli avventurosamente scampato al massacro) a sequenze che ritraggono sia i vecchi genitori di Adi, la cui veneranda età resta un mistero imperscrutabile, sia i suoi giovani figli (meno visibile la moglie). In questi frangenti i registri si ampliano vistosamente, andando dal lamento della perdita all’intimità divertita, dalla quotidianità delle cure che la madre prodiga al centenario coniuge ormai quasi del tutto cieco, sordo e anchilosato alle scherzose tenerezze tra Adi e la piccola figlia. Se le parentesi domestiche introducono momenti che mitigano apparentemente la tensione dei confronti, non sfugga la violenza implicita nel disegno conciliatorio di Adi: chiedere a individui abituati a convivere con l’enormità dei delitti commessi di riconoscere una responsabilità ammantata di grandioso eroismo significa chiedere loro di rinunciare al supporto fantastico che sorregge concretamente la loro esistenza (non è ozioso ripetere che reputazione e benessere di molti ex aguzzini derivano proprio dai delitti commessi tra il ’65 e il ’66). La mozione del perdono implica che la colpa sia riconosciuta non solo da chi ne ha subito le conseguenze ma anche da chi ne ha tratto beneficio e, soprattutto in una situazione di impunità istituzionalizzata, comporta un vero e proprio disgregamento strutturale, una disintegrazione delle gloriose fantasie sanguinarie (è in questa cornice quasi tribale che va collocato il rituale apotropaico dell’assunzione del sangue versato per scongiurare la follia). La mozione del perdono equivale dunque a un’autentica distruzione. The Look of Silence s’impone prepotentemente, allo stesso titolo di The Act of Killing, come un film sul cinema: più precisamente sulla potenza d’impatto del cinema quale dispositivo per riconfigurare la realtà. Terremotandola.

Pubblicata su www.spietati.it

venerdì 22 agosto 2014

CLASSIFICA FILM DELL'ANNO 2013/2014


Contrarietà, contraddittorietà, complementarità: proporzioni variabili e arbitrarie.



 

spettacolo della morte/morte dello spettacolo



 
  

The Act of Killing - Joshua Oppenheimer






 
  

The Canyons - Paul Schrader






 

sessi/sessioni/ossessioni/possessioni



 
  

Welcome to New York - Abel Ferrara






 



Nymphomaniac - Lars von Trier






 

giochi (proibiti) della gioventù



 
  


Giovane e bella - François Ozon






 
  

Les Salauds - Claire Denis






 

poligoni utopici/distopici



 


A Spell to Ward Off the Darkness - Ben Rivers, Ben Russell





 
  

Materia oscura - Massimo D’Anolfi, Martina Parenti







 

attento, la natura è lamento



 


Lo sconosciuto del lago - Alain Guiraudie




   


Noche - Leonardo Brzezicki





 

strano il colore sotto la pelle



 

L'étrange couleur des larmes de ton corps - Hélène Cattet, Bruno Forzani





 


Under the Skin - Jonathan Glazer







 

deadly is the female



 
  

La gelosia - Philippe Garrel




 
  


Alleluia - Fabrice Du Welz







 

à dieux oh langage



 
  

Adieu au langage - Jean-Luc Godard







 

(FUORI)SERIE - Carcosa, Côte d'Opale



 
  

True Detective - Cary Fukunaga






 
  

P’tit Quinquin - Bruno Dumont







 

CORTI DI SCORTA



 


 


Let There Be Light - Adam B Daniels






Pubblicata su www.spietati.it