venerdì 22 agosto 2014

CLASSIFICA FILM DELL'ANNO 2013/2014


Contrarietà, contraddittorietà, complementarità: proporzioni variabili e arbitrarie.



 

spettacolo della morte/morte dello spettacolo



 
  

The Act of Killing - Joshua Oppenheimer






 
  

The Canyons - Paul Schrader






 

sessi/sessioni/ossessioni/possessioni



 
  

Welcome to New York - Abel Ferrara






 



Nymphomaniac - Lars von Trier






 

giochi (proibiti) della gioventù



 
  


Giovane e bella - François Ozon






 
  

Les Salauds - Claire Denis






 

poligoni utopici/distopici



 


A Spell to Ward Off the Darkness - Ben Rivers, Ben Russell





 
  

Materia oscura - Massimo D’Anolfi, Martina Parenti







 

attento, la natura è lamento



 


Lo sconosciuto del lago - Alain Guiraudie




   


Noche - Leonardo Brzezicki





 

strano il colore sotto la pelle



 

L'étrange couleur des larmes de ton corps - Hélène Cattet, Bruno Forzani





 


Under the Skin - Jonathan Glazer







 

deadly is the female



 
  

La gelosia - Philippe Garrel




 
  


Alleluia - Fabrice Du Welz







 

à dieux oh langage



 
  

Adieu au langage - Jean-Luc Godard







 

(FUORI)SERIE - Carcosa, Côte d'Opale



 
  

True Detective - Cary Fukunaga






 
  

P’tit Quinquin - Bruno Dumont







 

CORTI DI SCORTA



 


 


Let There Be Light - Adam B Daniels






Pubblicata su www.spietati.it

domenica 29 giugno 2014

ALLELUIA

Gloria, infermiera alla camera mortuaria con una figlia avuta da un matrimonio fallito, incontra Michel tramite un annuncio per cuori solitari on line. Per lei è subito passione cieca, mentre per lui, almeno inizialmente, una delle tante possibilità per guadagnare denaro abbindolando una donna sola. Scoperta la truffa, Gloria decide comunque di unirsi a lui in un legame pericoloso e, lasciata sbrigativamente la figlia a un’amica, si finge sorella di Michel per continuare la vita di espedienti e raggiri a scapito di donne in cerca di compagnia. I due iniziano così una vita di viaggi e incontri, scandita però dagli omicidi perpetrati da Gloria, consumata dalla gelosia e incapace di tollerare che il compagno si conceda sessualmente alle donne scelte di volta in volta.


 
Secondo capitolo di un’annunciata trilogia delle Ardenne (inaugurata dieci anni fa con Calvaire), Alleluia è esplicitamente ispirato alla vicenda di Martha Beck e Raymond Fernandez, coppia di assassini seriali della seconda metà degli anni ’40 meglio noti come “The Lonely Heart Killers”. Le sanguinose peripezie di Raymond e Martha - entrambi condannati alla sedia elettrica e giustiziati nello stesso giorno, l’8 marzo 1951 - hanno già originato due film: il primo è The Honeymoon Killers (1969), sceneggiato e diretto da Leonard Kastle che rimpiazzò Martin Scorsese dopo una sola settimana di riprese (nonché un altro regista, Donald Volkman) poiché considerato eccessivamente lento e meticoloso. Unico film girato dal compositore Kastle, I killers della luna di miele si distingue per l’impronta ruvidamente grottesca e per lo sferzante radicamento nel contesto americano del periodo. L’altro è Profundo Carmesí (1996) di Arturo Ripstein, trasposizione in terra messicana della folie à deux di Martha e Raymond che esalta le componenti erotiche e spiccatamente melodrammatiche latenti nel film di Kastle.

Al suo quarto lungometraggio (tra Vinyan e Alleluia Du Welz ha realizzato Colt 45, polar con Gérard Lanvin e JoeyStarr di prossima uscita nelle sale francesi), il quarantaduenne cineasta belga si discosta dal prototipo statunitense prendendo letteralmente le mosse dal film di Ripstein. È stata proprio la visione di Profundo Carmesí ad aver spinto Du Welz al riadattamento delle gesta dei due assassini dei cuori solitari in territorio belga: inizialmente scritta per Yolande Moreau, costretta a rinunciare a causa di riserve personali, la sceneggiatura di Alleluia procede difatti nella stessa direzione di Profundo Carmesí, trasportando il fatto di cronaca dalla realtà statunitense nel paese natale del regista - in questo caso allo spostamento geografico si accompagna quello cronologico, il film di Du Welz traslando la vicenda nella contemporaneità, anche se i riferimenti temporali altalenano tra annunci in rete, lettere cartacee, telefoni fissi e automobili anni ’80-’90. Ciononostante Alleluia non ricalca pedissequamente il canovaccio narrativo della pellicola di Ripstein, eliminando quasi del tutto ciò che precede e segue l’incontro di Gloria (Lola Dueñas) e Michel (Laurent Lucas, già protagonista di Calvaire), concentrandosi esclusivamente sulle dinamiche di squilibrio sentimentale che si sviluppano nella loro relazione.

Ciò che preme a Du Welz è l’ossessione amorosa, matrice generativa della sua poetica (si pensi alla distorsione coercitiva del rapporto coniugale in Calvaire o alla delirante ostinazione materna di Vinyan), come grimaldello per esplorare le dinamiche di prevaricazione che funestano, ammorbandolo, il rapporto di coppia: “Ciò che mi ha profondamente interessato, al di là del fatto di cronaca e degli omicidi di donne, è la storia d’amore, è questo dérèglement amoroso, è il nido del fascismo, la coppia; sempre uno che tenta di dominare l’altro, uno che cerca di imporre la propria visione all’altro; questo cambia, ma è proprio questo che mi ha interessato profondamente” (il regista al termine della proiezione del film alla Quinzaine des Réalisateurs). Dominio, alienazione, possesso, avidità, squilibrio: sono queste le tensioni che, miscelate in dosi cangianti, attraversano Alleluia dandogli un’andatura irrequieta e vacillante esaltata dalla grana della pellicola 16mm (fortemente voluta da Du Welz per conferire all’immagine una qualità appiccicaticcia e formicolante), dall’illuminazione pressoché naturale di Manu Dacosse (già direttore della fotografia di Hélène Cattet e Bruno Forzani in Amer e L'étrange couleur des larmes de ton corps) e dall’allestimento scenografico dell’inseparabile Manu de Meulemeester (particolarmente ragguardevole il lavoro di configurazione degli interni domestici, ispirato al libro Intérieurs di François Hers e Sophie Ristelhueber, ricognizione fotografica incentrata sull’edilizia sociale in Vallonia alla fine degli anni ’70).

Articolato in quattro atti introdotti dai nomi delle donne incontrate di volta in volta da Michel (Gloria, Marguerite, Gabriella, Solange), Alleluia gioca più sulle variazioni di registro che sull’esibizione di un’estetica improntata alla compattezza stilistica (in questo senso le differenze rispetto alla lussureggiante maestosità di Vinyan sono davvero enormi), dialogando sì con le atmosfere stranianti e surreali di Calvaire, ma soprattutto con le tonalità grottesche e sardoniche del cortometraggio del 1999 Quand on est amoureux, c'est merveilleux - il cui titolo viene citato alla lettera nel secondo atto da Marguerite, interpretata proprio da Édith Le Merdy, protagonista del corto che è valso a Du Welz il grand prix della categoria al Festival di Gérardmer e che ha segnato l’inizio della fortunata carriera del direttore della fotografia Benoît Debie (notato nell’occasione da Gaspar Noé). La coesione interna dei quattro movimenti narrativi è tuttavia assicurata da una strategia che stabilisce un posizionamento forte dello sguardo senza fissarlo in modo inalterabile: se nei primi tre segmenti la titolarità delle soggettive è assegnata quasi esclusivamente a Gloria (detto più chiaramente, il punto di vista che orienta il film è a tutti gli effetti quello della donna innamorata e gelosa), l’ultimo atto presenta invece un’alternanza tra lo sguardo di Gloria e quello di Michel, veicolando anche attraverso lo sguardo l’incrinatura della loro complicità.
 
Girato in ordine cronologico per potenziare l’immedesimazione degli interpreti nelle rispettive parti, Alleluia non nasconde i collegamenti intertestuali che lo situano nel corposo repertorio degli amanti criminali e dell’ossessione amorosa intrisa di gelosia: se le frequenti emicranie di Michel derivano direttamente dal più volte menzionato Profundo Carmesí, l’itinerario in coppia costellato di omicidi si riallaccia a una lunga tradizione cinematografica che va da La sanguinaria (1950, Joseph H. Lewis) a Killer in viaggio (2012, Ben Wheatley), passando per Gangster Story (1967, Arthur Penn) , La rabbia giovane (1973, Terrence Malick) e Natural Born Killers (1994, Oliver Stone); mentre l’amour fou permeato di gelosia ed esclusività riecheggia lontanamente Él (1953, Luis Buñuel) ed Ecco l'impero dei sensi (1976, Nagisa Oshima). Ma la cinefilia di Fabrice Du Welz (che peraltro, da settembre 2013, conduce Home Cinema, una trasmissione dedicata al cinema nazionale su BeTV) non soffoca la progressione drammatica della pellicola, dal momento che il cineasta belga si concentra prevalentemente sulla direzione degli attori, spingendo le interpretazioni a un’intensità mai raggiunta nei precedenti lungometraggi (impressionante, per nitidezza e fisicità, la prova di Lola Dueñas). E se è vero che talvolta Alleluia vive di sprazzi e pezzi di bravura sensibilmente dissociati dal resto della concatenazione filmica (la danza attorno al fuoco accompagnata da cavernose sonorità elettroniche; la canzone di accorata diffidenza che Gloria, prima di fare a pezzi un cadavere, intona sulla partitura composta da Vincent Cahay), è altrettanto vero che questa esalazione di disomogeneità segnala l’energia di un cinema in odore di trasformazione interna: “Lo percepisco come un film di transizione. Al contempo un ritorno al mio cinema ma anche un passaggio verso qualcos’altro” (FDW).

Grazie a Elisa Schiavi per il contributo.

Pubblicata su www.spietati.it

martedì 3 giugno 2014

WELCOME TO NEW YORK


Devereaux è un uomo molto potente. Un uomo che gestisce miliardi di dollari al giorno e che controlla il destino economico delle nazioni. Ma Deveraux è anche un uomo posseduto da un irrefrenabile e insaziabile appetito sessuale. Un uomo che sogna di salvare il mondo ma che non è in grado di salvare se stesso, un uomo terrorizzato, un uomo perso. Deveraux è un uomo al comando del mondo, che vedrete precipitare nel vuoto... (dal sito ufficiale)  








Questo film è ispirato a un caso giudiziario le cui fasi pubbliche sono state filmate, trasmesse e commentate dai media del mondo intero.

Ma i personaggi del film e le sequenze che li rappresentano nella loro vita privata rientrano nel dominio della finzione, dal momento che nessuno può pretendere di ricostituire la complessità e la verità della vita degli attori e testimoni di questo caso, sulla quale ciascuno conserva il proprio sguardo.

Nel caso giudiziario che ha ispirato questo film, le indagini sono state abbandonate dopo che il procuratore ha concluso che la mancanza di credibilità della querelante rendeva impossibile di sapere, al di là del ragionevole dubbio e quale che sia la verità, ciò che è avvenuto durante l'incontro nella suite dell'hotel.

Presentato al Marché del 67º Festival di cannes e distribuito in streaming su varie piattaforme internazionali (si parla di e-cinema, vale a dire una modalità di distribuzione che scavalca l’uscita in sala in favore del web), Welcome to New York ha suscitato le attese e immancabili diatribe/polemiche/querele connesse agli ovvi riferimenti all’affaire Dominique Strauss-Kahn (per informazioni rivolgersi alla rete). Indubbiamente l’ultimo film di Abel Ferrara non può non evocare le gesta dell’ex direttore generale del Fondo Monetario Internazionale per motivi fin troppo palesi (a partire dalle didascalie iniziali), eppure fermarsi alle somiglianze col caso giudiziario senza scorgere quanto le affinità tra DSK e Devereaux (Gérard Depardieu) siano soltanto un pretesto per realizzare una congiunzione tra singolare e universale (sfruttare la notorietà del personaggio per mettere in luce aspetti potenzialmente presenti in ogni essere umano) e, soprattutto, senza rilevare quanto la vicenda messa in scena si adatti alla poetica del cineasta newyorkese sarebbe imperdonabilmente miope. Da qualsiasi angolazione lo si voglia considerare (maniaco, depravato, irreferenabile o semplicemente folle), Devereaux appartiene alla galleria di personaggi dipendenti che attraversano la filmografia di Ferrara (basti pensare al Lieutenant di Il cattivo tenente o alla Kathleen di The Addiction), scongiurando risolutamente l’effetto cronaca (non sfugga la cancellazione pressoché totale dell’attività finanziaria del protagonista dall’intera durata della pellicola).

Abel e io abbiamo deciso che questo film interessa tutti i francesi. Non solo quelli che vivono vicino a un cinema. Non solo quelli che sono disposti ad aspettare parecchi mesi, mentre in altri paesi ognuno può avervi accesso. Vogliamo questo film disponibile per tutti e a casa, sul tuo televisore o computer. E soprattutto… contemporaneamente alla sua proiezione a Cannes. Non è mai stato fatto prima e questo è il motivo per cui ci piace! (Gérard Depardieu)

Considerare la satiriasi di Devereaux - se così è dato chiamarla - come una semplice allegoria del potere o come una perversione prodotta dal potere stesso sulla libido del soggetto sarebbe tanto comodo quanto fuorviante, ma è proprio da un’associazione simile che il film di Ferrara prende nettamente le distanze (in questo senso ogni accusa di diffamazione manca clamorosamente il bersaglio, ovvero il film stesso). In Welcome to New York - e ignorare questo dato significa travisare completamente la pellicola - la dipendenza di Devereaux non agisce in combutta ma contro il potere: è a causa dell’ossessione erotica che egli neutralizza il mandato simbolico della moglie Simone (Jacqueline Bisset), vale a dire la corsa alla carica presidenziale. Se è vero che il ruolo ufficiale di Devereaux ne facilita enormemente la dipendenza (esattamente come il ruolo di ufficiale di polizia favoriva le trasgressioni del Bad Lieutenant), è altrettanto vero che la sua ossessione, perseguita con tenacia suicidaria, aggredisce il potere stesso alle fondamenta, impedendo non soltanto l’ipotesi dell’imminente candidatura presidenziale, ma addirittura distruggendolo in quanto figura pubblica, in quanto personaggio prestigioso e rispettabile. Abbiamo qui a che fare con la rappresentazione di una dipendenza/ossessione (nel regolamento di conti con Simone, Devereaux si pronuncia prima “sex addicted”, quindi definisce “sickness” la propria erotomania) che va al di là dei principi di realtà e piacere, un’esigenza incontrollabile che lo guida all’atto senza curarsi delle conseguenze, una spinta irrefrenabile in cui egli si identifica apertamente (“You know who I am, you know everything”, dichiara candidamente alla moglie).

L’uomo come tale è una «natura malata», deragliata, fatta uscire dai binari dall’attrazione per una Cosa letale (Slavoj Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia).

Situato oltre il mero piacere, il godimento di Devereaux si manifesta come coazione a ripetere intimamente connessa alla dissipazione, alla soddisfazione autodistruttiva, alla pulsione di morte (morte simbolica in questo caso: la distruzione del legame sociale assicurato dalla reputazione e dall’affidabilità). Jouissance, in una parola. Incontrollato e indifferenziato (l’appetito sessuale di Devereaux non va tanto per il sottile, indirizzandosi verso qualsiasi corpo femminile più o meno disponibile), questo godimento si presenta come il tratto unario che condensa e individua la verità del personaggio: succintamente coperto da un asciugamano avvolto attorno all’enorme ventre, egli domanda alla cameriera intimidita, poco prima di afferrarle violentemente le braccia, “Do you know who I am?”. Una domanda che, al di là del risvolto implicito pressoché immediato (“io sono un personaggio potente e influente, non ti è concesso negarti”), significa forse qualcosa di meno subdolo e ricattatorio: “io sono questo essere nudo, deforme e famelico, non posso fare a meno del mio godimento qui e ora”. Nell’essere tutt’uno con la propria jouissance, Devereaux si colloca insomma in una dimensione distante tanto dalla sanzione giudicante quanto dalla correzione ortopedica: immune all’esperienza della detenzione e refrattario alle sedute di psicoterapia, egli, per dirla in termini spericolatamente lacaniani, “non cede sul proprio desiderio”. In ultima analisi, quello di Devereaux è un personaggio intimamente patetico: soffre nel/per mantenere intatto e inalterato il proprio godimento, rifiutando ogni ipotesi di adattamento alla realtà (“No one can save anyone. And you know why, doctor? Because no one wants to be saved”, sentenzia con disarmante sicurezza allo psicoterapeuta interpretato da Christ “Chris” Zois, peraltro autore dello script insieme a Ferrara).

The appetite is insatiable (Kathleen Conklin/Lili Taylor in The Addiction).

La raffigurazione della dipendenza come condizione inarginabile e indisciplinabile non è certo una novità per Abel Ferrara, anzi probabilmente costituisce l’ossessione più riconoscibile del suo cinema: se in The Bad Lieutenant essa s’intrecciava con l’ansia della redenzione e del sacrificio tossico, in The Addiction si rifletteva nell’origine della malvagità sospendendo ogni soluzione in un epilogo misteriosamente tombale, mentre in R-Xmas si polverizzava in assuefazione alla quotidianità narcotica dello spaccio. Superfluo sottolineare quanto Ferrara abbia trasferito (e seguiti a trasferire) in queste vicende di addiction la propria esperienza di dipendenza da sostanze stupefacenti e alcol. Alla domanda diretta di un intervistatore che gli chiede, riferendosi a Dominique Strauss-Kahn, “Can you relate to this guy?”, la risposta è altrettanto diretta: “Yeah, thousand percent, on every level, man”. Ancora l'intervistatore: “His story, can you relate to that?”. AF: “His story? Absolutely, one thousand percent. You know, guy out of control. You know, his addiction is sexual. You know, an addiction is an addiction. Especially now, you know, I’m going through sobriety and really understanding what that is and how you confront that. You know, it’s a virus that you do with it, you don’t cure it”.

- Have you looked at your life, are you satisfied with what and where you are in your life? What do you want to be different? (lo psicoterapeuta a Matty/Matthew Modine in Blackout).

Ma il titolo ferrariano che intrattiene il dialogo più profondo con Welcome to New York è con ogni evidenza - un’evidenza che Ferrara smentirebbe senz’altro perentoriamente - l’altro film sulla connivenza tra celebrità e dipendenza che il cineasta newyorkese ha scritto insieme a Chris Zois: Blackout. Alla stregua di un Blackout vent’anni dopo, Welcome to New York mette ancora una volta in scena un personaggio la cui notorietà agevola e garantisce la floridezza della dipendenza, fornendogli continue e illimitate occasioni di soddisfacimento fino a renderlo incapace di distinguere il lecito dall’illecito (lo strangolamento in Blackout, l’abuso sessuale in WTNY). Questo dittico sulla celebrità intossicata (Matty un divo del cinema, Devereaux della finanza) presenta del resto un’identica scansione drammaturgica in tre atti (eccesso trasgressivo che sfocia in aggressività, intervento correttivo, epilogo solitario) e personaggi femminili praticamente equivalenti (le caratteristiche delle due compagne di Matty in Blackout, Anne/Béatrice Dalle e Susan/Claudia Schiffer, in WTNY si trovano sintetizzate nella figura di Simone). Quello che cambia sensibilmente, al contrario, è il trattamento della dipendenza, facendo di WTNY il controtipo negativo di Blackout: se in quest’ultimo l’atto favorito dall’eccesso produceva senso di colpa e conduceva a una riconciliazione finale (nella nuotata suicida Matty si ricongiungeva idealmente e in sovrimpressione alla ragazza strangolata), in WTNY l’abuso non solo non genera alcun senso di colpa (l’affermazione “je pense que c’est un peu de ma faute”, pronunciata in francese all’analista, suona decisamente come una concessione poco convinta, lettera morta), ma soprattutto non porta ad alcuna redenzione. Tra tutti i personaggi addicted raffigurati da Ferrara, Devereaux è senza ombra di dubbio il più irredento: “Qu’ils aillent tous se faire inculer!”, tuona rabbiosamente guardando dritto in macchina.

- Why did you accept to play this part?
- Because I don’t like him.

Superate le esitazioni formali tra cinema e video che tempestavano Blackout (precipitato visivo della rimozione omicida operata da Matty e del ritorno del rimosso come immagine video), Ferrara prosciuga la messa in scena da ogni vezzo confusionista e, spalleggiato dal direttore della fotografia Ken Kelsch (al suo fianco da The Driller Killer), leviga la superficie delle immagini fino a raggiungere una consistenza quasi marmorea (i corpi stessi, sagomati dalle luci artificiali dell’hotel o scolpiti dall’illuminazione fredda delle celle, assumono una durezza statuaria). Rigorose, insistenti e preziosamente inclementi, le inquadrature di WTNY non frammentano lo spazio in funzione drammatica, ma osservano una distanza impassibile che privilegia la descrizione fenomenologica e asseconda una recitazione sul filo dell’improvvisazione: si pensi a tutta la parte carceraria con tanto di schedatura/perquisizione integrale e alla lunga sequenza del faccia a faccia tra Devereaux e Simone nel costoso appartamento newyorkese da lei affittato (definito sarcasticamente “our little prison”). È in frangenti come questi che le impressionanti doti performative di Gérard Depardieu, esaltate per contrasto dalla rigidità degli agenti e dalla respingente severità di Jacqueline Bisset, si palesano con cristallina intensità, dispiegando un ventaglio espressivo che va da tonalità infantili ad altezze totemiche passando per grugniti ferini. Sono passati quasi trent’anni da Police (1985, Maurice Pialat), la cui ultima inquadratura risuona intimamente nell’epilogo frontale di Welcome to New York, ma lo sguardo di Depardieu, parafrasando Il mistero della camera gialla, non ha perduto nulla del suo fascino né del suo enigmatico splendore.

Grazie a Cecilia Ermini per il contributo.

Pubblicata su www.spietati.it


domenica 4 maggio 2014

JIMMY P.

Alla fine della seconda guerra mondiale, Jimmy Picard, un nativo indiano della tribù dei Blackfoot che aveva combattuto in Francia, viene ricoverato all’Ospedale militare di Topeka, in Kansas: un istituto specializzato in malattie psichiatriche. Jimmy accusa sintomi diversi, come vertigini, cecità temporanea, perdita dell’udito. E si è chiuso in se stesso. In assenza di cause fisiologiche, viene diagnosticato come schizofrenico. L’ospedale, però, decide di sentire il parere di Georges Devereux, un antropologo francese che è anche psicoanalista e studioso della cultura degli indiani d’America (dal pressbook). 


Non mancherebbero affatto i motivi per apprezzare Jimmy P.: oltre all’anomalo testo di Devereux Reality and Dream: Psychotherapy of a Plains Indian (1951), di cui il film di Desplechin è essenzialmente una rispettosa illustrazione/riduzione, sarebbe sufficiente evocare i modelli cinematografici più o meno espliciti che lo innervano - il documentario Let There Be Light (1946) di John Huston e il misconosciuto The Exiles (1961) di Kent MacKenzie, con Truffaut aleggiante come al solito - e la sostanziale continuità con la filmografia del cineasta di Roubaix. Anche in questo caso la dimensione colloquiale del microcosmo (La Vie des morts), il passato come territorio da esplorare (La Sentinelle), il gioco di riflessi tra i personaggi (Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle)), il doloroso percorso di riconciliazione con la vita (I re e la regina) e le dinamiche familiari quali agenti traumatici (Racconto di Natale) costituiscono le ossessioni strutturanti della pellicola. Non solo: ricorrono i motivi dei sogni come enigmi da interrogare (Rois et Reine), il sangue che sgorga abbondantemente nei momenti di tensione (La Vie des morts) e la figura del flashback infantile in presenza del personaggio adulto che ricorda (Comment je me suis disputé…).

Se a un simile inventario di continuità aggiungiamo che alcuni stralci del libro Reality and Dream erano già stati utilizzati per I re e la regina, nel quale il nome di Devereux era eccentricamente assegnato a una influente psicanalista di origine africana, la banale osservazione che Desplechin è da sempre antropologo dei rituali di inclusione/emarginazione (La Sentinelle in questo senso è titolo imprescindibile) e la centralità dell’angoscia identitaria che assilla immancabilmente i suoi personaggi (non escluso il cineasta stesso: si pensi al documentario autobiografico L’Aimée), si comprende assai bene quanto Jimmy P. non rappresenti alcuno strappo nella poetica desplechiniana, poetica che oscilla tra racconto di formazione, scavo nella memoria, minaccia della follia e progettazione dell’identità. È evidente che Desplechin sia interessato soprattutto alla condizione di sradicamento che accomuna Jimmy Picard e Georges Devereux (Benicio Del Toro e Mathieu Amalric in un confronto che contrappone due modelli di recitazione tradizionalmente antitetici): il primo un Blackfoot di nascita e statunitense d’adozione ma mai pienamente integrato nella divisa americana, il secondo un ebreo ungherese in fuga dal paese natale, dalle origini familiari (risale al 1933 il cambio di nome da György Dobó a Georges Devereux) e portato a incrociare personalmente antropologia, etnologia e psicoanalisi, contribuendo alla nascita e all’affermazione dell’etnopsichiatria. Come osserva Élisabeth Roudinesco nella prefazione della riedizione francese di Reality and Dream: “la ricerca permanente di un posto era in lui il segno di una lacerazione originaria che lo conduceva tanto verso le seduzioni dell’anonimato quanto verso l’odio per se stesso o la rivendicazione identitaria”.

Sotto il profilo clinico a Devereux va riconosciuto il merito, nell’atipica relazione terapeutica con Jimmy, della collocazione dei sintomi nel sistema ontogenetico e sistemico del paziente. Discostandosi dalla diagnosi psicotica o schizofrenica, quale quella ventilata dai medici del Winter General Hospital, Devereux preferisce invece interpretare i sintomi di Jimmy Picard in chiave nevrotica, collegandoli a vecchie sofferenze, parlando con lui di traumi psichici e allontanandolo gradualmente dalla causa fisiologica in favore di quella psicogena. Nella descrizione del quadro clinico ciò che emerge è sostanzialmente la conversione di aspetti ansioso-depressivi in termini fisici: inserendo il paziente in maniera più equilibrata nella cultura da cui deriva e nella società americana contemporanea, Devereux sollecita Jimmy a individuare la sua storia personale di rimozione e negazione a partire da un trauma infantile che, nella fase adulta del suo ciclo vitale, ne modellerà la vita sentimentale.

Ma se consapevolezza clinica e continuità di poetica giocano a favore del film, a stridere è la rigidità della messa in scena: non più un punto di vista interno all’universo rappresentato e refrattario all’onniscienza, ma uno sguardo esteriore, perentorio e oggettivante. Con Jimmy P. Desplechin pare smentire quanto affermato da René Prédal in Le cinéma français depuis 2000 a proposito della sua filmografia fino a Rois et Reine: “la messa in scena non saprebbe adottare la staticità di colui che sa, spiega il senso della vita ed espone la sua visione del mondo. Quella di Desplechin costituisce l’oggetto della sua ricerca. Così, gli esseri sono raramente ripresi in primo piano ma colti in movimento, seminascosti dagli altri, dagli ostacoli che dirottano la loro corsa, sbarrano la strada o impediscono di vedere. Ogni scena si frammenta, i percorsi si perdono nella confusione del reale”. Soffocate da un tono insolitamente asseverativo, la tecnica del chiaroscuro e la composizione contrappuntistica vengono qui rimpiazzate da un’impostazione schematica e da un fraseggio visivo palesemente convenzionale, la scioltezza di scrittura sacrificata sull’altare di un rigore classicheggiante compiaciuto nel suo anacronismo (risulta evidente l’intento di riproporre forme e modi del cinema americano coevo alla vicenda rappresentata). Certo, sarebbe assurdo rimproverare a Desplechin di aver spostato provvisoriamente le coordinate del suo cinema, eppure, secondo chi scrive, in Jimmy P. il progetto di rivitalizzazione fallisce per eccesso di deferenza nei confronti di una tradizione contemplata da una distanza tanto adorante quanto paralizzante.

Un ringraziamento a Elisa Schiavi per il contributo tecnico.

Pubblicata su www.spietati.it.

martedì 28 gennaio 2014

THE COUNSELOR - IL PROCURATORE

Un traffico milionario di droga tra il Messico e gli Stati Uniti. Parti in causa: un avvocato che si lancia per la prima volta in un’operazione del genere, il più esperto e appariscente Reiner, che coinvolge il procuratore nell’affare, e Westray, intermediario che si occupa del trasferimento di denaro e dei contatti col cartello messicano. A fianco dell’avvocato la fidanzata Laura, promessa sposa di religione cattolica; accanto a Reiner la seducente Malkina, ex ballerina proveniente dalle Barbados priva di scrupoli. Avvenuto il passaggio del carico di droga occultato in un trasporto di liquame, la situazione si complica a causa delle macchinazioni di Malkina, che, con l’aiuto di complici, si appropria del camion, provocando la rappresaglia della malavita messicana. 





Lascio a spettatori/esegeti più perspicaci e volenterosi del sottoscritto il compito di rispondere alle numerose questioni che l’intrigo di The Counselor solleva senza fornire appigli sicuri. Chi regola davvero i meccanismi di questo universo malavitoso? Per quali motivi alcuni individui la fanno franca o sopravvivono e altri vengono uccisi più o meno accidentalmente? È veramente una coincidenza che il figlio di Ruth (Rosie Perez), detenuta del penitenziario di stato del Texas e difesa dal procuratore, sia anche il Green Hornet del cartello messicano? A interrogativi simili chi scrive non è affatto in grado di rispondere. Ma spuntare tutte le caselle del questionario è così indispensabile o non è forse più ragionevole ipotizzare che la complicazione della vicenda suggerisca l’inessenzialità delle spiegazioni e delle motivazioni (variabilmente riconducibili all’avidità)? Quello configurato da The Counselor somiglia insomma a un universo nel quale caso e libero arbitrio si alleano capricciosamente per precipitare la realtà nel caos più irreparabile: il caso pone le condizioni di possibilità della catastrofe, ma è il libero arbitrio ad attualizzarla concretamente. Cristallizzata spesso in affermazioni lapidarie, la sensazione diffusa che si ricava dalla pellicola è quella di un nichilismo permeato di rassegnazione, come se l’errore fatale consistesse nel tentare la sorte, nell’aspettarsi troppo dagli esseri umani e dalle circostanze apparentemente favorevoli. 

Stante il binomio McCarthy/Scott, la tentazione sarebbe quella di leggere la pellicola in chiave ironico-sarcastica, aggregando la tonalità nichilistica di cui sopra alla fattura stessa del film: The Counselor si tramuterebbe così in un gigantesco e beffardo gioco al massacro nei confronti della narrazione, degli interpreti e persino di se stesso. Assecondata questa supposizione, il prologo raffigurerebbe macabramente il procuratore (Michael Fassbender) e Laura (Penélope Cruz) coperti non da un lenzuolo ma da un sudario, le grottesche caratterizzazioni di Reiner (Javier Bardem) e Malkina (Cameron Diaz) rappresenterebbero una derisione del loro statuto iconico e il funereo ciondolare della vicenda costituirebbe una riproposizione trasfigurata e digitalizzata (si pensi al dvd HOLA! recapitato all’avvocato nel finale) del letale itinerario peckinpahiano di Voglio la testa di Garcia (1974), pellicola con la quale The Counselor intrattiene un continuo e intimo dialogo (oltre alla ricorrenza delle decapitazioni, alcuni scambi tra il procuratore e Laura riecheggiano le conversazioni tra Bennie ed Elita nella prima parte di Bring Me the Head of Alfredo Garcia). Osservato necroscopicamente, l’intero film si identificherebbe infine col cadavere colombiano ficcato nel quarto barile nascosto nel camion: uno scherzo di macabra gratuità che sfocia nell’assurdità e nell’insensatezza (“In this business you gotta have a sense of humor”, sibila divertito John Leguizamo a un esterrefatto Dean Norris durante la consegna del carico). Tuttavia, prima di avventurarsi in una sovrainterpretazione simile, occorre fare i conti con la superficie cinematografica di The Counselor: un film così scombiccherato e platealmente raté da possedere sì un suo fascino perverso, ma palesemente fallace nel magnificare la propria inconcludenza/sconclusionatezza in elemento di gloria.

Già pubblicata su www.spietati.it.

mercoledì 15 gennaio 2014

A SPELL TO WARD OFF THE DARKNESS

Un personaggio senza nome si trova ad affrontare tre scelte di vita: prima come membro di una comune di quindici persone su un’isola al largo dell’Estonia, poi abbandonato a se stesso nel Nord della Finlandia e, infine, al microfono di una band di black metal. Tre esperienze ossimoriche ed estreme che, tra immagini evocative di una natura incontaminata messe in contrapposizione con il caos delle performance musicali del protagonista, evocano i fantasmi dell’utopia e della libertà individuale ai giorni nostri (dal catalogo del TFF).


Chiedersi quanto ci sia di realtà e quanto di finzione in A Spell to Ward Off the Darkness sarebbe straordinariamente ozioso e improduttivo, così come domandarsi quale sia l’obiettivo del film (altro modo per interrogarsi sul cosiddetto “messaggio”: le virgolette, ovviamente, sono di disprezzo). Non sarà chi scrive a farlo. Nella pellicola di Ben Rivers e Ben Russell ciò che conta è evidentemente altro: l’annullamento delle gerarchie narrative, l’azzeramento delle psicologie convenzionali, la cancellazione dei nessi causa-effetto. Persino il personaggio portante (Robert Aiki Aubrey Lowe) s’impone come veicolo di transizione da un segmento all’altro e non quale protagonista comunemente inteso. Molto più di una semplice demarcazione sintattica, il lampeggiante triangolo equilatero che scandisce le tre parti si erge a principio compositivo di equalizzazione tra le sezioni, suggerendo un altro ordine possibile, non esclusa la simultaneità. A differire sensibilmente, in questa partitura triangolare sull’utopia sotto forma cinematografica, sono tuttavia gli approcci al tempo della rappresentazione: dichiaratamente ispirato a Milestones (1975) di Robert Kramer, il primo segmento dispiega una temporalità libera ed ellittica che veicola l’impressione di uno sguardo fluttuante e calato nel vivo delle situazioni riprese. Nella seconda parte, grazie a un trattamento stilizzato e rarefatto, le durate delle inquadrature si dilatano notevolmente per trasmettere la sensazione di un periodo più lungo di tempo passato in solitudine a stretto contatto con l‘ambiente. La terza sezione, infine, si smarca dalla scansione cronologica per immergersi nella fenomenologia dell’istante: girato con riprese continuative, il concerto di black metal - provato prima a porte chiuse e poi filmato il sabato sera in tempo reale - cala lo spettatore nella radicalità di un qui e ora che vive esclusivamente di prossimità e tangibilità audiovisiva. L’incantesimo per allontanare l‘oscurità? Il cinema probabilmente.

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martedì 14 gennaio 2014

LUTON

Quando i giorni si ripetono scanditi da azioni sempre uguali (sistemare la merce sugli scaffali, andare a scuola, gironzolare tra le luci al neon di un centro commerciale dopo una giornata di lavoro), è difficile pensare che le cose potrebbero andare diversamente. Ed è così per Makis, proprietario di un negozietto che vende un po’ di tutto, per Jimmy, che frequenta un istituto superiore privato, e per Maria, un avvocato sulla trentina. Ma le vite delle persone, anche quelle più insignificanti, nascondono sempre qualcosa (dal catalogo del TFF).








Lungometraggio d’esordio di Michalis Konstantatos cosceneggiato insieme a Stelios Likouresis, Luton si colloca piuttosto agevolmente nella linea degli apologhi di stampo grottesco generata recentemente dal cinema greco (il riferimento banale e obbligato è alle pellicole di Lanthimos e a Miss Violence). Vi si riscontrano alcune ossessioni tipiche quali le difficoltà economiche, la necessità d’inventarsi formule personali di guadagno, il clima di ostilità strisciante, il gusto per l’assurdo, la costruzione narrativa enigmatica, la messa in scena geometrizzante e la rivelazione finale che chiarisce le oscurità dell’intreccio. A cambiare, tuttavia, è la temperatura drammatica, in questo caso meno tarata su tonalità stranianti/paradossali e più calibrata su un registro neutro/descrittivo. Meno stilizzazione e più fenomenologia. Il gioco di estenuazione nei confronti dello spettatore si fa più scoperto e provocatorio, ostacolando l’immedesimazione fin quasi allo sbarramento e facendo delle tre vicende intersecate di Maria, Makis e Jimmy un susseguirsi di azioni in cui l’intensità narrativa si approssima al grado zero. Grazie a questo trattamento reticente e antidrammatico, l’esplosione finale di violenza non si lascia irretire in spiegazioni rigidamente e meccanicamente sociologiche, mantenendo un margine d’inesplicabilità che scongiura l’effetto denuncia con la complementare, temibile semplificazione della lettura moralizzante. Nessuna scappatoia in Luton se non l'indicazione geografica del titolo, via di fuga che spezza all'improvviso - e soltanto per chi se la può permettere - la circolarità di un microcosmo all'insegna della prevaricazione e dell'umiliazione quotidiana.

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