Gli anni delle immagini perdute delinea il ritratto di Valerio Zurlini, scomparso nell’ottobre 1982, poche settimane dopo aver partecipato come giurato alla 50ª Mostra del Cinema di Venezia. Zurlini sapeva di essere malato e aveva dedicato gli ultimi mesi di vita alla scrittura del proprio testamento spirituale, che uscirà postumo con il titolo Gli anni delle immagini perdute. Un bilancio esistenziale spietato, il racconto di un mondo che cambia in modo irreversibile, un appello struggente in difesa del cinema d’autore. Il regista ripercorre gli episodi più importanti della propria vita, indica le ragioni del suo cinema, ricorda gli artisti che l’hanno formato. Soprattutto: denuncia le “immagini perdute”, i tanti film cioè che egli scrisse e preparò senza riuscire a portarli a compimento. Gli anni delle immagini perdute torna nei luoghi in cui il regista amava ritirarsi, raccoglie le testimonianze di amici e collaboratori, ripropone il repertorio di interviste e conversazioni del regista, nel tentativo di capire le cause di questo forzato e fatale “silenzio” produttivo (dal catalogo della Mostra).
Accorata e rispettosa riduzione dell’omonimo libro-diario di Valerio Zurlini, Gli anni delle immagini perdute
di Adolfo Conti si situa a metà strada tra il documentario di
risarcimento e l’illustrazione intima. Un risarcimento che ha per
oggetto non tanto la filmografia zurliniana - sparuta e intralciata da
mille ostacoli ma in fin dei conti bastante a se stessa - quanto i
progetti mai portati a termine dal cineasta bolognese, quelle “immagini
perdute” condannate a rimanere allo stato embrionale di progetti
interrotti, di sceneggiature pronte a essere tradotte in pellicola ma
destinate a ingiallire in un cassetto. E un’illustrazione intima che,
pur ricalcando giudiziosamente la scansione diaristica, dà corpo alle
pagine scritte cavalcandone le suggestioni atmosferiche (i rigidi e
nebbiosi inverni della laguna), intrufolandosi discretamente negli
ambienti domestici (la casa veneziana di Wally Toscanini) e dilatandosi
maestosamente nella contemplazione pittorica (la rapita ammirazione
delle opere di Paolo Veronese nella chiesa di San Sebastiano). Mentre la
voce narrante recita fedelmente e sentitamente le parole del diario, il
documentario si abbandona alla sensibilità zurliniana nel tentativo di
oggettivare visivamente lo spartito letterario cogliendone il sentimento
profondo. Del resto non c’è bisogno di scompaginare un testo di per sé
rapsodico ed evocativo come il libro di Zurlini, la divagazione e la
scioltezza narrativa ne costituiscono il ritmo interno: “La memoria è
bizzarra, indulgente, vanitosa, sentimentale, è breve, permalosa,
bugiarda anche quando in buona fede, ma i suoi sentieri infiniti sono
tracciati sempre da una logica segreta”.
E
proprio in questo tentativo di captare e restituire la sensibilità
zurliniana risiede il maggior pregio del documentario. Adolfo Conti non
assume un atteggiamento distaccato o blandamente descrittivo, ma si
immerge nell’universo dell’autore di Cronaca familiare
come lo stesso Zurlini si era immerso in quello pratoliniano adattando
il romanzo omonimo: rispettandone programmaticamente la lettera e lo
spirito. Siamo a un solo passo dal ritratto agiografico, certo, eppure
questo slancio di immedesimazione traspare a più riprese e - fatta
eccezione per il finale enfaticamente roboante - genera momenti di
sincera commozione e rimpianto. Sono le parti dedicate alle tre
“sceneggiature morte” (La zattera della Medusa, Verso Damasco e Il sole nero)
quelle che colpiscono più a fondo: tre copioni scomodi e gravidi di
dubbi esistenziali, colmi di quel senso di irrimediabile sradicamento e
dissidio interiore che soltanto Zurlini avrebbe saputo tenere in
equilibrio tra confessione privata e riflessione universale, tra
allegorie di un mondo in disfacimento e severa autoanalisi.
Ciononostante Gli anni delle immagini perdute non si
esaurisce nel ricordo mimetico e nella sconfortata amarezza, ma - grazie
al gioco di sponda con filmati d’archivio (il Leone d’Oro del 1962
ex-aequo con Tarkovskij, i servizi televisivi sui set di Cronaca familiare e Le soldatesse)
e interviste a collaboratori e interpreti (Giulio Questi, Enrico
Medioli, Jacques Perrin, Claudia Cardinale) - abbraccia un orizzonte più
ampio, quello di un intero periodo del cinema italiano (da metà anni
’50 agli inizi degli ’80). Un cinema sempre più soffocato dalla
concorrenza televisiva e sempre meno disposto a dare spazio a un cantore
di antiche fragilità come Valerio Zurlini.
Recensione pubblicata su www.spietati.it.
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