Già pubblicata su www.spietati.it.
cinema da denuncia
mercoledì 12 aprile 2017
LOVING
domenica 2 aprile 2017
JACKIE
"Quando il Presidente Kennedy venne assassinato, la First Lady
Jacqueline Kennedy dovette tirar fuori tutto il suo coraggio per
superare il dolore e lo choc e ritrovare la fede, consolare i figli e
forgiare l'eredità storica del marito" (dal pressbook),
E così veniamo avanti
simili in tutto a quelli di ieri
aggrappati a un'immagine
condannata a descriverci
Dimmi, non è così?
Massimo volume, Le nostre ore contate
simili in tutto a quelli di ieri
aggrappati a un'immagine
condannata a descriverci
Dimmi, non è così?
Massimo volume, Le nostre ore contate
Voglio essere il tuo specchio
1- L'intervista rilasciata a Theodore H. White (Billy Crudup) pochi giorni dopo l'omicidio del marito e pubblicata su LIFE il 6 dicembre 1963 col titolo An Epilogue.
2 - Il programma televisivo A Tour of the White House with Mrs. John F. Kennedy trasmesso sia dalla CBS che dalla NBC il 14 febbraio 1962 (nonché dalla ABC quattro giorni dopo).
3 - Il colloquio, successivo all'intervista, col padre gesuita Richard McSorley (John Hurt) avvenuto nel 1964.
In queste tre situazioni di discorso soggettivo e rappresentazione di sé, Jacqueline Kennedy (Natalie Portman) è mostrata secondo tre angolazioni diverse e complementari: apertamente pubblica nel frangente televisivo (si tratta di esibire ufficialmente i lavori di riqualificazione della Casa Bianca), in bilico tra pubblica e privata durante l'intervista (l'intento di onorare e preservare l'eredità ideale lasciata dal marito si alterna a momenti di fugace abbandono e improvvisa fragilità), squisitamente confidenziale e privata in occasione del dialogo col sacerdote gesuita (qui Jackie confessa a McSorley i suoi pensieri più oscuri e autodistruttivi).
Immagine perfetta, sensazione perfetta
Questa è la tua faccia, dice
Sospesa tra questo corpo e la scena
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venerdì 31 marzo 2017
AQUARIUS
"Clara è un critico musicale e vive in un piccolo palazzo degli anni
Quaranta chiamato "Aquarius", che si affaccia sullo splendido lungomare
di Recife. Una compagnia immobiliare ha già acquistato tutti gli
appartamenti dell'edificio per farne un grattacielo di lusso, ma Clara è
decisa a non cedere la casa a cui è legata dai ricordi di una vita.
Dopo i primi approcci amichevoli, gli speculatori ingaggiano una vera e
propria guerra fredda con la donna, in un crescendo di violenza
psicologica: abituata da sempre a combattere, Clara non ha però
intenzione di arrendersi, neanche davanti all'ultima, sconvolgente
minaccia" (dal pressbook).
Fortemente ostacolato e al contempo sopravvalutato per motivi di carattere politico (non soltanto per la plateale protesta cannense contro la destituzione di Dilma Rousseff, ma anche per la presenza nel film di tematiche politicamente connotate), Aquarius
rappresenta, al di là di questi aspetti concomitanti, il lavoro più
emblematico di Kleber Mendonça Filho. Regista con burrascosi trascorsi
da critico, Mendonça Filho (classe 1968) ha concepito nel corso del
tempo un universo cinematografico che, frequentando varie forme e
formati audiovisivi (VHS, Betacam,DV, HD, 35mm) senza stabilire nette
divisioni tra loro, ruota immancabilmente attorno alla città brasiliana
di Recife. Un microcosmo deliberatamente ingabbiato che, come recita il
titolo del primo cortometraggio che lo ha reso voce di rilievo nel
panorama brasiliano (Enjaulado,
1997), gravita intorno a ossessioni ricorrenti: l'insicurezza intrisa
di paranoia, la diffusione del terrore fin dall'infanzia (A Menina do Algodão, 2003), il regime mutilante delle prescrizioni domestiche (Vinil Verde, 2004), la repressione sessuale (Eletrodoméstica, 2005), le sconcertanti mutazioni ambientali (Recife Frio, 2009), la mania del controllo fomentata dalle disuguaglianze sociali (O Som ao Redor, 2012) e le surreali aberrazioni urbanistiche dettate dalla virulenza delle logiche economiche (A Copa do Mundo no Recife, 2015).
I miei film contengono degli elementi ricorrenti, dei motivi che
circolano. Ma a un certo momento ho avuto voglia di uscire da casa mia
dove sono stati girati tutti i miei primi film, ivi compreso Vinil Verde che oggi è un classico del cortometraggio brasiliano. Filmare nella strada (Kleber Mendonça Filho).
Avevo un tavolo di montaggio VHS a casa mia, con un monitor in
bianco e nero. Ho realizzato numerosi video a piccolo budget. Uno di
questi tratta della demolizione di una casa: Paz a Esta Casa.
Il film è del 1994 e dura un minuto. Conoscevo la famiglia che viveva
lì. Il film realizzava una predizione oscura su ciò che poteva succedere
a questa casa. La famiglia era assai contrariata. Ma 23 anni più tardi
la mia oscura predizione si è avverata. È allora che ho avuto l'idea di Aquarius.
"Doña
Clara c'est moi" sembra dunque essere il motto che attraversa in
filigrana l'intero film: intervistata da due giovani giornaliste, Clara
ostenta nei confronti dei supporti di registrazione e riproduzione
musicale (vinili, cassette, MP3, streaming) la stessa apertura e la
stessa disinvoltura che hanno contraddistinto la produzione audiovisiva
di Mendonça Filho negli anni '90 ("Ho utilizzato più o meno tutti i
formati video esistenti negli anni '90: Betacam, Super VFIS, VHS, Super
8, 8 mm video, U-matic"). Secondo lungometraggio cinematografico del
regista di Recife dopo O Som ao Redor (Neighboring Sounds, 2012), Aquarius
è del resto un film in cui la rappresentazione di sé attraverso segni
tangibili e visibili costituisce inequivocabilmente l'elemento dinamico
della vicenda: i dischi, i libri, le fotografie e i mobili che
costellano l'abitazione di Clara non sono soltanto oggetti di arredo
domestico, ma contenitori di storie, "messaggi in bottiglia" (come
illustra Clara alla confusa intervistatrice, riferendosi all'album Double Fantasy
comprato in un negozio di dischi usati a Porto Alegre). Questi "oggetti
speciali" (altra definizione di Clara) sono custodie di memoria,
scrigni che racchiudono il passato personale e familiare: si pensi al
mobile della settantenne zia Lucia (Thaia Perez), vera e propria
macchina del tempo che catapulta il film dal 1980 del prologo ai momenti
in cui la stessa Lucia, usandolo come supporto erotico, faceva l'amore
col suo amante decenni prima. Ovviamente questo mobile, ormai divenuto
emblema di una femminilità attiva e indipendente in virtù delle
connotazioni acquisite, non potrà mancare nella casa di Clara.
Inizialmente volevo filmare il caos urbano di Recife: prolungare O Som ao Redor,
ma stando meno nell'osservazione e più nell'azione. Cosa succede quando
una cosa, benché molto bella, è giudicata inadeguata e superata in una
società? […] Succede la stessa cosa sul piano del paesaggio urbano in Aquarius.
Verso la fine del film si vede in campo lungo questa donna molto
sottile che torna dal droghiere tra edifici immensi. Sembra non avere
niente a che fare con la strada, così inospitale per i pedoni.
Questo finale opera a più livelli. Può sembrare ottimista o
totalmente pessimista. Ma i primi piani finali sono molto inquietanti,
lo so bene… Con delle termiti tutti i documenti della vostra vita
spariscono. Distruggono tutti i documenti di questa famiglia.
Le dichiarazioni di Kleber Mendonça Filho contenute nella recensione
sono ricavate e tradotte dall'intervista rilasciata a Élise Domenach
pubblicata su "Positif" col titolo Se sentir proche d'un film, c’est une chose très belle (n.668, ottobre 2016, pp. 25-29).
Ringrazio Luca Pacilio per la segnalazione dell'interessante intervista.
Già pubblicata su www.spietati.it.
sabato 12 novembre 2016
UN CONDANNATO A MORTE È FUGGITO
Lione, 1943. Accusato di spionaggio e preparazione di un attentato,
il tenente Fontaine è imprigionato in un carcere controllato dalle forze
di occupazione tedesca dopo un disperato tentativo di fuga. Condannato
alla fucilazione, Fontaine escogita un piano di evasione servendosi dei
pochi mezzi che la situazione gli mette a disposizione: un cucchiaio,
del fil di ferro, coperte, ganci fabbricati con la cornice della
lanterna. E, soprattutto, facendo affidamento sulla sua inflessibile
volontà.
Un uomo e una porta
Il reale di cui i film di Bresson recano testimonianza non è
deducibile che dalla messa in scena. Che questa percezione sia stata
l'oggetto di una ricerca, di un brancolamento che ha condotto a
stabilire un sistema singolare, questo è noto e Un condannato a morte è fuggito ne segna senza dubbio la rottura. […] Il Condannato,
precisamente, è la prima pellicola di Bresson che utilizza
sistematicamente gli elementi - firma se vogliamo - che sono il marchio
dei suoi film: frammentazione dello spazio, non-attori, meccanizzazione
della recitazione e della dizione…
Philippe Arnaud,"Robert Bresson".
Qualche giorno fa, traversando i giardini di Notre-Dame, incrocio
un uomo i cui occhi colgono dietro di me qualcosa che io non posso
vedere e s'illuminano d'improvviso. Se, contemporaneamente all'uomo,
avessi visto la giovane donna e il bambino verso i quali si mise a
correre, quella faccia felice non mi avrebbe tanto colpito; forse non ci
avrei nemmeno fatto caso.
Robert Bresson, "Note sul cinematografo".
Robert Bresson, "Note sul cinematografo".
Nota sul doppiaggio
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venerdì 14 ottobre 2016
FRANTZ
Al termine della Prima guerra mondiale, in una cittadina tedesca, Anna
si reca tutti i giorni sulla tomba del fidanzato Frantz, morto al fronte
in Francia. Un giorno incontra Adrien, un giovane francese anche lui
andato a raccogliersi sulla tomba dell'amico tedesco. La presenza dello
straniero nella cittadina tedesca susciterà reazioni sociali molto forti
e sentimenti estremi (dal pressbook).
Presentato in concorso alla 73ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Premio Marcello Mastroianni a Paula Beer per la miglior attrice emergente.
Distribuito nelle sale cinematografiche italiane il 22 settembre 2016.
Premio Marcello Mastroianni a Paula Beer per la miglior attrice emergente.
Distribuito nelle sale cinematografiche italiane il 22 settembre 2016.
I - Premessa autoreferenziale: il principio vitale della metamorfosi
II - Spostamento del punto di vista: condividere l'inconsapevolezza
III - Il movimento come materializzazione del percorso di trasformazione
IV - Metamorfosi e suicidio: cambiare o morire
V - Postilla autoreferenziale: coazione a non ripetere
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mercoledì 5 ottobre 2016
ONE MORE TIME WITH FEELING
"One More Time With Feeling" documenta la registrazione del sedicesimo album in studio di Nick Cave & the Bad Seeds (Skeleton Tree), affrontando le ripercussioni intime della morte di Arthur, il figlio quindicenne di Nick Cave.
Presentato Fuori Concorso al Festival di Venezia 2016 e uscito nelle sale italiane per due soli giorni (27 e 28 settembre), One More Time with Feeling avrà una nuova distribuzione nei cinema a partire dal primo dicembre.
I - La sostituzione della campagna promozionale
È
stato Nick Cave a chiedere esplicitamente ad Andrew Dominik di
realizzare un film che lo esentasse in qualche misura dall'esposizione
pubblica e funzionasse come una sorta di un live show cinematografico,
dispensandolo dall'incombenza della promozione del suo ultimo disco Skeleton Tree (ecco perché Cave non era a Venezia ed ecco perché i video del nuovo album sono veri e propri estratti del film). Insomma, One More Time with Feeling
è a tutti gli effetti un film sostitutivo, un lavoro che sta per
qualcos'altro: gli incontri con la stampa, la presentazione del disco, i
concerti in giro per il mondo. Per il momento c'è il film al loro posto
e già questa sostituzione dovrebbe farci drizzare le antenne: anziché
qualcosa che avviene nella realtà e nel corso del tempo, abbiamo un
sostituto cinematografico che condensa e rimpiazza tournée e campagna
promozionale. I motivi per i quali Cave ha deciso di girare il film
rivolgendosi proprio a Dominik sono numerosi e non starò certo a
elencarli (basti menzionare la lunga amicizia tra i due, complice
involontaria Deanna
Bond, ex fidanzata di Cave e attuale compagna del regista). Ma tra
questi almeno uno non può essere omesso, poiché, seppur universalmente
noto, costituisce l'ostacolo inaggirabile della questione: la morte di
Arthur, figlio quindicenne dell'artista australiano e fratello gemello
di Earl, che compare a più riprese nel film. Così Dominik a proposito
della dolorosa congiuntura attraversata da Cave: "When he realized he
had to promote the record, the thought made him feel sick: talking to
journalists, discussing Arthur. He didn't feel he could do it with
strangers. The initial instinct for Nick was to protect himself, so he
didn't have to answer questions. It becomes the only subject that there
is, all the film is dealing with is Nick's grief feelings".
II - Il mantello protettivo del 3D
III - Il nucleo vuoto del trauma
Un ringraziamento all'amico Francesco Saccaro, le cui osservazioni
sulla stratificazione connessa all'elaborazione del lutto hanno dato il
via a queste riflessioni.
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