





Ideale prosecuzione/evoluzione di Dog Altogether (2007), primo saggio dietro la macchina da presa dell’attore e cosceneggiatore Paddy Considine, Tyrannosaur riprende le situazioni abbozzate nel corto d’esordio espandendone la portata narrativa e scandagliando in profondità le vicende dei due personaggi principali. A beneficiare dell’approfondimento più consistente è la figura di Hannah (Olivia Colman), volontaria in un negozio di carità che, oltre a svolgere le normali attività di commessa, accoglie pazientemente e conforta con la preghiera chi, come Joseph (Peter Mullan), fa irruzione nel charity shop in evidente stato confusionale e in altrettanto evidente bisogno di aiuto. È stato proprio il desiderio di esplorare il personaggio femminile appena sbozzato in Dog Altogether che ha spinto Considine a scrivere la sceneggiatura di Tyrannosaur: “In qualche modo conoscevo Joseph (…), ma sentivo questo bisogno di scoprire Hannah”. E di vera e propria scoperta si tratta, poiché questa figura apparentemente benestante e superficialmente benevola nasconde un inferno segreto di sofferenze quotidiane e irreparabili violenze domestiche. Dietro l’atteggiamento che agli occhi di Joseph sembra volontaristico e (auto)indulgente buonismo si celano le lesioni croniche dell’umiliazione privata.

Eppure Tyrannosaur, titolo che allude iperbolicamente alla corpulenza dell’ex moglie di Joseph, non è un film sugli abusi sessuali, sull’alcoolismo o sul degrado sociale, ma uno studio di caratteri. Rispettati nella loro integrità psicologica, nella loro irriducibile soggettività, i personaggi di Joseph e Hannah non esemplificano tipi sociali o casi sintomatici, ma abitano lo schermo conservando un fondo di opacità, uno strato grigio e indecifrabile che resiste strenuamente alla decodifica convenzionale. Ne è testimonianza la scena in cui Hannah rincuora il marito James (Eddie Marsan) che le si getta ai piedi implorando perdono: la mdp inquadra l’uomo di spalle mentre le si china in grembo lasciando in primo piano la donna che, tranquillizzandolo e accarezzandolo, reca sul volto un’espressione attraversata da tensioni contrastanti e impossibili da bloccare in un sentimento definibile con certezza (sul suo viso si dipingono, fluttuando e accavallandosi, le sfumature della commiserazione, dell’esasperazione, dell’angoscia e di uno smarrimento indicibile). Siamo su un altro pianeta rispetto al feticismo psicologistico che prescrive la corrispondenza biunivoca tra espressione facciale ed emozione provata dal personaggio.

Creazioni pellicolari che acquistano volume psichico proprio perché strappate alla retorica della narrazione a tema e sottratte alla collocazione geografica precisa (il film è stato girato in gran parte a Leeds, tuttavia l’ambientazione rimanda a una qualsiasi città dell’Inghilterra centro-settentrionale). Non illustrazioni di un manifesto, ma figure potenzialmente inesauribili e al tempo stesso non totalmente esponibili, non totalmente filmabili. Non si tratta di banale pudicizia, ché Tyrannosaur calpesta e maltratta il pudore fino a pisciarci letteralmente sopra, ma di salvaguardia di un’alterità che è tanto quella dei personaggi messi in scena quanto quella degli spettatori. Alla strumentalizzazione morbosa, insomma, il primo lungometraggio di Considine preferisce una rappresentazione costellata di sottintesi e reticenze, una trama dialogica intessuta di scontrosità che feriscono apertamente e legano intimamente i due protagonisti. Non è il solo linguaggio della violenza o della compassione ad accomunarli, ma soprattutto una reciprocità che si sottrae alla verbalizzazione e alla dichiarazione esplicita. Al contrario, più l’occasione di esprimerla apertamente aumenta più i comportamenti si fanno elusivi e respingenti: puntualmente le immagini oggettivano questa dissonanza di prossimità spaziale e distanza sentimentale mettendo a fuoco solo uno dei personaggi e riducendo l’interlocutore a sagoma in secondo piano.

Imponente e classicheggiante, lo stile di Tyrannosaur si discosta nettamente dalle riprese hand-held tipiche dei film britannici socialmente orientati. Formato panoramico, inquadrature spaziose e lapidarie, soggettive limpidamente scandite, movimenti di macchina lenti e incisivi: il linguaggio filmico sfoderato da Considine nobilita l’estetica digitale (Red One Camera e Canon 5D per alcune scene notturne) con un dettato visivo imperioso e tutt’altro che intimidito dall’ambizione della grandiosità. Astenendosi provvidenzialmente dal facile espediente del montaggio alternato, Tyrannosaur rappresenta le vicende incrociate di Joseph e Hannah con giustapposizioni sintattiche secche e perentorie: una scelta stilistica deliberatamente antidocumentaristica che culmina nell’ellissi dell’evento decisivo. Centrale sia dal punto di vista narrativo che da quello emotivo, l’omissione della ribellione di Hannah scinde il film in due parti, la prima segnata dalla violenza, la seconda trafitta dalla speranza. Un’inversione meno rassicurante di quanto sembri, poiché la progressiva affermazione di Hannah come personaggio potenzialmente salvifico è destinata a sgretolarsi sotto i nostri occhi. E nonostante l’immancabile inglesata nel pub dopo il funerale del migliore amico di Joseph sulle note di “Sing All Our Cares Away” di Damien Dempsey, il discontinuo commento musicale di Tyrannosaur trova infine nella struggente ballata “We Were Wasted” dei The Leisure Society un epilogo di lacerata ma inesausta vitalità.

Ghostwriter di una serie narrativa per adolescenti in procinto di chiudere, la trentasettenne divorziata Mavis Gary vive in un anonimo appartamento di Minneapolis in compagnia del cagnolino Dolce. Le sue giornate sono fatte di gesti ripetitivi e incontri con uomini insignificanti. L’arrivo di una mail interrompe inaspettatamente il grigiore della sua vita: Bud, suo fidanzato ai tempi del liceo, ha appena avuto una figlia e la moglie Beth si è premurata di mettere al corrente anche lei del lieto evento. Indispettita e intenzionata a riprendersi Bud, Mavis fa i bagagli e parte per Mercury, dove incontra casualmente Matt Freehauf, un compagno di scuola passato alla storia per aver subito un pestaggio omofobo che lo ha pesantemente menomato. Fissato un appuntamento con Bud, Mavis confida a Matt il vero motivo della sua presenza a Mercury, suscitando in lui forti perplessità e il suggerimento di rinunciare alla folle idea. Ma l’incontro con l’ex fidanzato non fa che aumentare in lei la smania di riconquistarlo, cacciandola in situazioni sempre più imbarazzanti. E mentre il piano di seduzione dell’ignaro Bud stenta a concretizzarsi, la complicità tra Mavis e Matt cresce di giorno in giorno.

La penna è quella di Diablo Cody, ormai celebre blogger/storyteller/stripper; la cinepresa quella del figlio d’arte Jason Reitman, regista/sceneggiatore/produttore dedito alla dramedy (drama + comedy); la tastiera espressiva quella di Charlize Theron, modella/ballerina/attrice che torna sul grande schermo a un paio d’anni dalla sua ultima apparizione in The Road di John Hillcoat. Originata da una notizia ascoltata da Diablo Cody, la storia di Young Adult, titolo che fa riferimento alla young-adult fiction (letteratura adolescenziale in senso lato), non è esattamente un prodigio di inventiva o raffinatezza, soprattutto se ridotta ai minimi termini: donna sulla quarantina insoddisfatta che si rifugia nei sogni di ragazzina per sconfiggere la frustrazione quotidiana fino a illudersi che quei sogni possano (ri)avverarsi. Ma a riscattarla dalla convenzionalità di fondo provvede la qualità della scrittura filmica, il modo in cui lo spunto iniziale si concretizza sullo schermo arricchendosi di sfumature, significati e sottintesi più o meno espliciti (fare attenzione: qui non è in ballo la sola sceneggiatura, quanto il contributo coordinato di tutte le parti in causa, dallo script agli interpreti passando per la regia, la scenografia, il montaggio…).

Precisazione pedante ma necessaria, dal momento che la tentazione di incasellare il quarto lungometraggio di Jason Reitman nella categoria “film di scrittura” è forte e non del tutto ingiustificata: i continui giochi di sponda tra le vicissitudini di Mavis e le vicende speculari di Kendal Strickland, l’eroina dell’ultimo romanzo della serie Waverly Prep che la stessa Mavis sta confezionando, tradiscono a più riprese la tendenza del film a scriversi addosso. Sono glosse esplicative, note a piè di pagina di un testo che rischia effettivamente l’irrigidimento in tesi, in affreschino generazionale (cosa che succedeva smaccatamente in Juno, manualetto di anticonformismo sorvegliato da una scorrettezza politica inflessibile come una guardia svizzera). Del resto anche lo statuto di ghostwriter di Mavis va in questo senso: scrive di altri per altri, confinata in un limbo editoriale (nel risvolto di copertina) che riflette fin troppo chiaramente la sua condizione di perenne adolescente refrattaria alle responsabilità e alla reale autonomia che, nel quadro di riferimento stabilito implicitamente dal film, l’essere adulti comporta. Come non vedere, poi, nell’attitudine a riciclare brandelli di conversazione carpiti casualmente una conferma della sua immaturità trasposta sul piano letterario?

Eppure i limiti setacciati passano in secondo piano di fronte a una pellicola che, pur non rinunciando al vezzo della punch line graffiante (Mavis: “I am insanely busy as always”; Matt: “You're fuckin’ mentally ill”), ritrae con assoluta incisività uno dei più fulgidi esempi di “passive aggressive mean bitch” (definizione di Reitman) mai visti sul grande schermo. Grazie all’impressionante interpretazione di Charlize Theron, la figura di Mavis Gary attraversa il film con una vitalità così irrequieta (la reazione alla lettura della mail di Beth), umorale (la registrazione all’Hampton Inn) e proteiforme (a ogni cambio di abbigliamento la reinvenzione della personalità) che il suo personaggio si strappa immediatamente e definitivamente di dosso la maschera dello stereotipo. Il primo dialogo con Matt (Patton Oswald, “fat geek” accogliente e tranciante al tempo stesso) mette subito le cose in chiaro: il respingente sussiego di Mavis non preclude l’empatia, la sua altezzosità non sbarra la strada alla complicità. La Mavis incarnata da Charlize Theron è qualcosa di più dei bambini anaffettivi ai quali Beth (Elizabeth Reaser) insegna le emozioni cognitivamente, in lei c’è qualcosa che eccede la sprezzante etichetta “psychotic prom queen bitch” sibilata da Mary Ellen, la chitarrista/cantante del gruppo di neomamme “Nipple Confusion”.

Anche se affetta da tricotillomania (l’impulso compulsivo a strapparsi i capelli), incline all’alcolismo e incapace di cogliere i segnali di cauta ritrosia provenienti da Bud (Patrick Wilson), il personaggio di Mavis risulta di gran lunga più frequentabile spettatorialmente della moltitudine indistinta e perbenista che popola sia Minneapolis (emblematica la negazione dell’identità all’uomo da una notte e via delle prime sequenze) sia Mercury (è Sandra, la sorella di Matt, a dire l’ultima parola su di loro: “They're nothing”). Fatta eccezione per il menomato Matt, gli abitanti della fittizia cittadina del Minnesota conoscono una sola posizione affettiva: il buonismo condiscendente (e il suo rovescio, il cinismo annichilente). E per veicolare questa (dis)turbata identificazione con la protagonista, Jason Reitman, spalleggiato dal montaggio misuratamente ellittico di Dana E. Glauberman, attrae il nostro sguardo nell’orbita di Mavis alternando inquadrature quasi voyeuristiche (l’incipit: autentica invasione ottica del suo appartamento), semisoggettive (l’apertura del portatile con la pagina bianca del primo capitolo) e soggettive vere e proprie (il dettaglio sullo scaffale occupato dai volumi della serie). Una tattica di avvicinamento che, smorzata dalle atmosfere irrealistiche della fotografia di Eric Steelberg, non degrada in adesione incondizionata, ma mantiene un velo di diffidente opacità (penultima inquadratura del film: Mavis osservata attraverso i vetri sporchi della sua auto). Total time capsule? Certo, col beneficio del dubbio.

Recensione pubblicata su www.spietati.it
David Madsen, Confessioni di un cuoco eretico (Confessions of a Flesh-Eater, 1997) Meridiano zero, 2006, pp.216, € 14,00

Polar d’autore che prosegue idealmente la linea Police (Maurice Pialat, 1985)-L.627 (Bertrand Tavernier, 1992)-Le petit lieutenant (Xavier Beauvois, 2005), Polisse si ricollega fin dal titolo alla quasi omonima pellicola di Pialat, di cui riproduce in scala minore la sintesi tra cronachismo e romanticismo, graffiando il realismo quotidiano con brucianti frizioni sentimentali. Ma a differenza dei film geneticamente affini, il polar di Maïwenn presenta due rimarchevoli differenze. La prima consiste nel microcosmo rappresentato: non più commissariati di quartiere, flic della “Stup” (la brigata stupefacenti) o della “Crim” (la brigata criminale), ma una squadra snobbata dalle altre unità e considerata di minore importanza nell’assegnazione di mezzi e risorse (e questa condizione penalizzante si presenta a più riprese nel corso del film, specialmente nelle dispute tra Balloo, il comandante della BPM, e il funzionario Beauchard). La seconda risiede nell’ottica adottata, nel cosiddetto punto di vista: non più un’angolazione feroce, semidocumentaristica o lacerante come quella di Pialat, Tavernier e Beauvois, ma uno sguardo esplorativo affidato all’azione simultanea di due (all’occorrenza tre) camere digitali. Maïwenn ha dato ai tre operatori Pierre Aïm (anche direttore della fotografia), Claire Mathon e Jowan Le Besco (fratello minore della regista) completa libertà di movimento astenendosi dal dirigerli canonicamente, ma pretendendo in cambio un approccio istintivo, reattivo. Catturare i lampi di verità sul set: ecco l’unica esigenza di messa in scena condivisa da questa insolita cellula cineasta-operatori.

Accordata agli interpreti la facoltà d’improvvisare sulla base di una sceneggiatura accuratamente strutturata (la collaborazione con Emmanuelle Bercot ha riguardato soprattutto il consolidamento dello script), Maïwenn ha girato un’enorme quantità di materiale (circa 150 ore) che ha impegnato tre diversi montatori per più mesi, producendo un primo assemblaggio di 200’ ridotto per sottrazioni progressive al minutaggio definitivo (127’). Un processo all’insegna dell’impetuosità controllata che traspare chiaramente nell’impaginazione narrativa: le operazioni della BPM sono presentate in una serie di pannelli che introducono i bambini oggetto di abusi o con problemi di sopravvivenza/sussistenza e, contestualmente o poco dopo, gli adulti che di quegli abusi e violenze sono responsabili più o meno pentiti (quasi tutti tendono a minimizzare). Ma, più ampiamente, a guidare la narrazione non vi è una vera e propria linea portante, bensì una continua carambola tra interrogatori in centrale, frammenti di conversazioni domestiche, operazioni sul territorio e pause occasionali in cui si precisano le dinamiche di gruppo. Pubblico e privato si intrecciano indissolubilmente, l’attività professionale riverbera su quella affettiva, i confini tra intimità e ruoli sociali si incrinano: ne esce un potente affresco che da una parte raffigura il carattere trasversale, interclassista della violenza sui minori e dall’altra tratteggia caratteri sfumati, a più dimensioni, lontani tanto dall’eroismo esemplare quanto dall’invulnerabilità psicologica e fisica.

Film corale, stilisticamente impulsivo e narrativamente rapsodico, Polisse è infine impreziosito da un cast che vede riuniti alcuni tra i migliori interpreti del cinema francese contemporaneo: Frédéric Pierrot nei panni di Balloo e Carole Franck in quelli della moglie Céline; Karine Viard nel ruolo di Nadine e Marina Foïs in quello dell’amica-nemica Iris; Karole Rocher nella parte di Chrys e Nicolas Duvauchelle in quella di Mathieu. Una batteria d’attori completata da Naidra Ayadi (Nora), Emanuelle Bercot (Sue Ellen) e dalla stessa Maïwenn nelle vesti della fotografa Melissa, autentico auctor in fabula che incassa in silenzio, facendo da scudo al film per interposto personaggio, le rituali accuse di miserabilismo e pietismo indirizzatele da Fred (il rapper-attore di origine martinicana Didier Morville aka Joeystarr, attuale compagno della regista-attrice). Proteste palesemente gratuite e ingiustficate, in realtà alimentate da un interesse che sfocerà inrelazione sentimentale. Del resto se il registro dominante è a tinte drammatiche, non scarseggiano affatto pennellate distensive o sprazzi di ilarità collettiva che scaturiscono sia dalla necessità di esorcizzare l’orrore quotidiano con l’umorismo sia dal desiderio di condividere i rari momenti di gioia, come avviene durante la serata in discoteca per lo scampato pericolo di un bambino uscito dal coma. Sulle note di Stand on the Word dei Keedz, Fred apre le danze seguito a ruota da Balloo, la “Brigade des biberons” si sbraccia in una coreografia estemporanea e Sue Ellen si lancia in una lap dance da ovazione. Contagiate dall’euforia, persino le inquadrature si mettono a ballare. Presentato in concorso al 64º Festival di Cannes, Polisse si è aggiudicato il premio della Giuria. Strameritato.

Recensione pubblicata su www.spietati.it.
Girato in soli quattro giorni di riprese con una camera HD, il mediometraggio Aller au diable (45’) fa parte del film Jeonju Digital Project 2011, ultimo esemplare di una serie prodotta dall’omonimo festival sudcoreano dal 2000. Regole elementari assegnate ogni anno a tre cineasti internazionali per assemblare un lungometraggio a episodi: low budget, minutaggio ridotto, utilizzo del digitale, tema libero. Se Jean-Marie Straub (Un héritier) si dedica a una riflessione di rigore alsaziano nella regione di Colmar e José Luis Guerin (Recuerdos de una mañana) si concentra diaristicamente sui piccoli eventi della storia recente del suo quartiere a Barcellona, Claire Denis attraversa l’Atlantico per incontrare il diavolo in persona: Jean Béna, un uomo di circa quarantacinque anni appartenente al gruppo etnico degli Aluku (popolazione affrancatasi dalla schiavitù olandese tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento). Personaggio assai controverso Béna: cercatore d’oro inviso al governo della Guyana francese, si è trasferito sulla sponda opposta del fiume di confine Lawa, in Suriname, edificando una dimora chiamata “Métal” e diventando un punto di riferimento per gli Aluku della zona. Eppure per lui i guai non sono affatto terminati, dal momento che la sua attività professionale è ostacolata dalle leggi nonché stigmatizzata dai media, che lo accusano di traffico d’armi, droga e crimini vari. Una crociata persecutoria che ha finito per rendere il cercatore d’oro sempre più schivo e diffidente, trasformando la sua villa in un luogo circondato dalla fama di rifugio minaccioso.



Recensione già pubblicata su www.spietati.it