Nell'estate del 1987, la diciassettenne Vicki Maloney viene rapita da
una coppia di serial killer, John e Evelyn White. Dal momento che la
fuga pare impossibile, Vicky inizia a osservare la dinamica di coppia
dei suoi sequestratori, indovinando rapidamente che, per sopravvivere,
dovrà incunearsi tra loro (dal pressbook).

Thriller psicologico ad alto contenuto di sadismo e ferocia manipolatoria,
Hounds of Love,
lungometraggio cinematografico d'esordio di Ben Young (classe 1982),
rappresenta a prima vista l'ennesima variazione sul tema della coppia di
serial killer in cui la figura femminile asseconda ed esegue più o meno
docilmente gli ordini perversi del maschio padrone. In questa sorta di
sottogenere all’insegna dell'amour fou è immancabilmente la gelosia
della donna servile a incrinare l'eccitante ecatombe amorosa della
coppia: impossibile non pensare a titoli come
The Honeymoon Killers (1970) di Leonard Kastle o al più recente
Alleluia (2014) di Fabrice Du Welz, passando per
Profundo carmesí (1996) di Arturo Ripstein. Ma, a differenza delle pellicole citate,
Hounds of Love
apporta due sostanziali modifiche: la prima è quella della stanzialità
spaziale (i tre film menzionati sono sostanzialmente road movie irrorati
di sangue), la seconda è quella dell'introduzione della "terza
incomoda" (la ragazza sequestrata stavolta non si lascia imprigionare
nel canonico ruolo di vittima designata/carne da macello, ma conquista
gradualmente qualificazione attiva grazie alle sue capacità di
osservazione).

Passato pressoché in sordina nella sezione veneziana
Giornate degli Autori,
Hounds of Love
concentra la sua forza illocutoria proprio in questi due punti di
torsione espressiva, facendo di necessità virtù: l'ambientazione anni
'80 a Perth (Australia Occidentale) non risponde soltanto a esigenze di
verosimiglianza (Young si è ispirato a casi reali di coppie criminali),
ma soprattutto alla necessità di contenere i costi produttivi (non
inganni il formato cinemascope 2:35, il film è stato girato in digitale
con due camere Arri Alexa e una Phantom Flex4k per le riprese
ultrarallentate a 1000 fps). Questo solido ancoraggio realista, reso
possibile dalle particolari condizioni urbanistiche di Perth (intere
aree sono state costruite negli anni '70 e '80, restando praticamente
immutate fino a oggi), dà a
Hounds of Love un sapore
tanto credibile quanto singolare: è anche in virtù del radicamento
ambientale che il film non scade nell'apologo surreale o nell'allegoria
sociologicamente connotata. Una singolarità che segna altrettanto
incisivamente l'impianto drammaturgico: la cattura di una preda che,
vistasi impossibilitata a fuggire, sfrutta le risorse psicologiche per
lacerare la relazione sadomasochistica dei suoi aguzzini sposta il
centro gravitazionale del dramma dalla follia a due ermeticamente chiusa
allo squilibrio di una triangolazione emotiva sempre sul punto di
rovinare da una parte o dall'altra. Il microcosmo a tenuta stagna della
violenza domestica e del controllo maschile si tramuta progressivamente
in uno spazio sbilanciato e scricchiolante, fratturato da improvvise
crepe che ne compromettono la stabilità strutturale. Ed è precisamente
sulla spinta di queste componenti singolari che
Hounds of Love,
come afferma lo stesso Ben Young, acquisisce una traiettoria in qualche
modo universale: "Dal punto di vista tematico il film tratta di
codipendenza, controllo e violenza domestica, temi che per loro natura
sono molto universali".

Ispirato
dalle letture materne (la madre di Ben Young è scrittrice di crime
fiction ed è solita passare i libri che legge per le sue ricerche al
figlio),
Hounds of Love (titolo a sua volta ispirato dall'
omonimo brano
di Kate Bush non finito nel film a causa dell'eccessivo costo dei
diritti) articola la triangolazione emotiva anche nel rapporto tra lo
spettatore e i personaggi messi in scena: se la coppia di aguzzini
interpretata da Emma Booth e Stephen Curry (il volto della commedia
australiana, strappato qui alla consueta maschera rassicurante) reclama
una qualche empatia nelle vessazioni a cui John è sottoposto dallo
spacciatore-creditore e nell'affetto mostrato da Evelyn per il suo cane
(animale che sostituisce metaforicamente i figli lontani), Vicki
oggettiva esemplarmente all'interno del film la posizione spettatoriale
(è in una condizione di immobilità fisica e percezione accresciuta:
submotricità e iperpercettività che caratterizzano la situazione della
visione cinematografica). E, infine, lo stratagemma comunicativo
adoperato da Vicki (Ashleigh Cummings) per comunicare col fidanzato (il
crittogramma che, lo sappiamo dall'inizio del film, potrà essere
decodificato solo da Jason) introduce un ulteriore meccanismo di
attivazione cognitivo-emotiva dello spettatore.

Proveniente
dalla regia di serie televisive, video pubblicitari e musicali, Young
manipola l'impasto audiovisivo con padronanza e disinvoltura: nonostante
uno sguaiato ammiccamento a
Il silenzio degli innocenti
(il raccordo di montaggio ingannevolmente salvifico del prefinale) e
uno scioglimento piuttosto artificioso, il cineasta australiano esaspera
le riprese in slow motion con lenti lungofocali, creando un sentimento
di voyeurismo immediato (si veda l'incipit) e agganciando questo
registro visivo alla perversione predatoria di John. E anche se gli
inserti musicali non brillano affatto per originalità ("Nights In White
Satin", The Moody Blues; "Lady D’Arbanville", Cat Stevens; "Atmosphere",
Joy Division), il soundtrack elettronico di Dan Luscombe, tra droni
opprimenti e sonorità ansiogene, incapsula minacciosamente l'intero film
nell'incubo della paranoia permanente. Insieme a
Chopper (2000) di Andrew Dominik e
Animal Kingdom (2010) di David Michôd, non a caso altri due lungometraggi d'esordio,
Hounds of Love compone un ideale trittico sulla perdita dell'innocenza australiana.
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