Pericle Scalzone, detto Il nero, di lavoro “fa il culo alla gente” per
conto di Don Luigi, boss camorrista emigrato in Belgio. Durante una
spedizione punitiva per conto del boss, Pericle commette un grave
errore. Scatta la sua condanna a morte. In una rocambolesca fuga che lo
porterà fino in Francia, Pericle incontra Anastasia, che lo accoglie e
gli mostra la possibilità di una nuova esistenza. Ma Pericle non può
sfuggire a un passato ingombrante e pieno di interrogativi (dal
pressbook).
Pericle il nero era un bel romanzo,
Pericle il nero
è un bel film. Il riferimento al noir partenopeo di Ferrandino non può
essere ignorato né minimizzato, poiché l'adattamento cinematografico di
Mordini rispecchia pienamente il principio "infedeltà alla lettera del
testo di partenza/fedeltà al suo spirito". Senza dilungarci in minuziose
analisi sui meccanismi di trasposizione che hanno portato la vicenda di
Pericle dalla pagina allo schermo (la sceneggiatura è firmata da
Francesca Marciano, Valia Santella e dallo stesso Mordini), corre
tuttavia l'obbligo di segnalare almeno tre aspetti macroscopici che il
romanzo pone come passaggi obbligati: la sua marcata
visualità/sensorialità (nel romanzo Pericle non è soltanto voce
narrante, ma anche sorgente sensoriale: "Mentre colpivo ho sentito la
piscia calda colarmi all’interno di una delle gambe dei pantaloni"), la
sua impronta rigorosamente soggettiva (Pericle non è soltanto
protagonista degli eventi, ma è coscienza centrale del romanzo tanto
negli atti quanto nei pensieri) e la sua tonalità tra il confidenziale e
il grottesco (Pericle si rivolge al lettore con immediatezza e
complicità, stabilendo con lui un rapporto informalmente empatico: "Era
la prima volta in vita mia che vedevo una periferia. Non so neanche come
mi è venuta in mente questa parola. L'avrò sentita in qualche film").
Attraversando le pagine di Ferrandino, quello che ci ha subito
catturato è stata quella strana musica che suonava dentro la testa di
Pericle. Abbiamo cercato di assecondarne i pensieri, accordandoci alle
sue digressioni e alle sue intuizioni, solo così potevamo trovare la sua
storia e quella del nostro film (Stefano Mordini).

Ebbene,
senza tradursi in calchi automatici o cliché pedissequi, questi tre
passaggi imposti della scrittura di Ferrandino si ricompattano nel film
con ammirevole giustezza e incisività: la salienza sensoriale del
romanzo si riconfigura cinematograficamente nelle spiccate proprietà di
captazione di Pericle (Riccardo Scamarcio in un'interpretazione
semplicemente perfetta), l'impronta letteraria in prima persona si
ricompone nelle traiettorie marcatamente soggettive della pellicola
(oltre a essere costantemente in scena, Pericle orienta fisicamente ogni
inquadratura) e il sapore confidenziale del dettato romanzesco,
espurgato degli elementi più grotteschi e regionalistici, si riversa in
una voce narrante dai toni caldi e sussurrati, come una confessione
fatta a un amico di lunga data. La trasposizione filmica di Mordini
ruota precisamente attorno a questo triplice punto d'appoggio, prendendo
tuttavia le distanze dalla trascrizione illustrativa e trovando una
misura espressiva che, pur non rinnegando l'origine letteraria o la
derivazione dal genere noir, ha il coraggio di sradicare la vicenda dal
suo contesto nativo (il romanzo è ambientato tra Napoli, Battipaglia e
Pescara) e potenziare la componente affettivo-familiare (nel libro
l'aspirazione domestica di Pericle è appena accennata e il suo rapporto
con Nastasia molto più freddo).
Il Nero che contiene il titolo del film ci ha indicato la strada
del genere mentre tutti noi, compreso Pericle, cercavamo la luce. Così
il film sfugge a qualsiasi definizione, c'è dramma, c’è la teatralità di
certe figure iconiche e c’è un vena di humor (nero). Ed è la voce di
Pericle a guidarci in una fuga che ha un solo scopo: fermarsi in un
luogo tranquillo e non essere più solo (SM).

Le
due alterazioni (deterritorializzazione e potenziamento del desiderio
familiare) sono strettamente correlate: lo spostamento geografico da
Napoli/Pescara a Liegi/Calais fa di Pericle un vero e proprio
déraciné
e questa condizione di profondo sradicamento, accentuata dalla
permanenza coatta nell'appartamento dei tunisini, acuisce il sentimento
di solitudine del personaggio, che non ha più punti di riferimento
stabili e si muove in uno spazio a lui completamente ignoto. L'approdo
casuale a Calais, luogo di frontiera per eccellenza, e l’incontro
altrettanto fortuito con Anastasia (Marina Foïs), altro personaggio
sostanzialmente solo e sradicato (proviene da Tolone e lì sogna di
tornare per aprire un forno tutto suo), apre uno spiraglio di
cambiamento nell'esistenza randagia e telecomandata di Pericle. Così
saldate, le due trasformazioni introdotte nell'adattamento
cinematografico ribaltano i rapporti di forza tra ambiente e
personaggio: nel libro è l'ambiente a determinare Pericle, mentre nel
film, essendo intimamente sradicato dal contesto, egli gode di
un'opportunità di affrancamento meno angusta e impraticabile. Detto
altrimenti, il Pericle del film non è completamente condizionato
dall'ambiente, ma si trova in una condizione di spaesamento permanente,
gettato in un mondo che non ha ancora scritto il suo avvenire.
Trapiantato in uno spazio al quale egli non sente di appartenere, egli
dispone ancora di un margine di scelta grazie al quale può ancora dire
sì o no a quel destino di esistenza negata che il boss Don Luigi (Gigio
Morra) gli ha gelidamente sibilato nei primi minuti (“Don Luigi, ma io
che dovevo fare?”; “Tu non dovevi proprio nascere”). Egli è ancora in
grado di progettare, seppur tra mille insicurezze e impulsività
tardoadolescenziali, il proprio futuro.
Dico nostro perché tutti noi, gli autori della sceneggiatura, gli
attori, i produttori, insieme abbiamo deciso di seguire Pericle e
abbiamo aspettato che quel personaggio ci si mostrasse per intero. E
abbiamo scoperto un orfano, che non appartiene a nessuno, in cerca di
una famiglia, che vive in un paese non suo, uno strano essere che si
riempie di chimica per placare l'assenza che gli ribolle dentro (SM).

Alla
luce degli snodi evidenziati (sradicamento, solitudine, invenzione del
proprio destino), pare insomma palese che il film di Mordini traghetti
la materia narrativa di partenza in pieno territorio esistenziale,
aprendo la vicenda di Pericle alla dimensione della ricerca e della
progettualità. È una dimensione che si percepisce distintamente in tutto
il film, ora convergendo in un'attività ruminativa che innerva i
momenti di stasi e non detto (i viaggi nel furgoncino, la decisione
cruciale di non sodomizzare Don Luigi), ora confluendo in un'energia che
corre sottopelle nei frangenti immediatamente precedenti all'azione
(l'individuazione dei due killer inviati a Calais, il tesissimo faccia a
faccia con Anna/ Valentina Acca nel prefinale). Ed è una dimensione
che, per forza di cose, investe collettivamente le professionalità
coinvolte nella lavorazione del film: dalle vibrazioni luministiche
della fotografia di Matteo Cocco (
le tonalità rossastre/aranciate degli spostamenti notturni, i chiarori bluastri degli esterni a Calais) alle variazioni di velocità del montaggio di Jacopo Quadri (la precipitosa fuga di Pericle dalla casa dei tunisini è un
piccolo saggio di sintassi visiva), passando per le scenografie di Igor Gabriel (l'eclettismo pacchiano dell’
abitazione di Don Luigi, la disadorna modestia dell'
appartamento di Anastasia) e per i costumi di Antonella Cannarozzi (il giaccone di pelle scura dalle spalle cadenti indossato da Scamarcio
connota il personaggio con straordinaria precisione).
Un percorso di svelamento che è continuato sul set, dove la macchina da presa è diventata testimone attivo e partecipe (SM).

Ma la maggiore riuscita di
Pericle il nero
risiede, secondo chi scrive, nella qualità pseudosoggettiva dello
sguardo: anziché tempestare il fraseggio visivo del film di inquadrature
soggettive (come l’impronta fortemente individuale sembrerebbe
richiedere), la messa in scena di Mordini si deposita quasi sempre in
forme lievemente dissociate dal punto di vista del protagonista. Pur
rimanendo il centro focale e il principio di orientamento delle
sequenze, Pericle è spesso iscritto in uno spazio che lo sovrasta, lo
incapsula o gli sfugge. Ovviamente abbondano le semisoggettive
(inquadrature in cui spalle nuca di Pericle sono parzialmente visibili),
ma, ancora più spesso, anche quelle che inizialmente sembrano
soggettive (ovvero inquadrature provenienti dal suo sguardo) si rivelano
false soggettive, il suo corpo entrando in scena a scoppio ritardato:
Pericle non soltanto non è padrone dello spazio che lo circonda, ma non è
nemmeno padrone del suo sguardo, incarnando così un personaggio che,
privato del proprio passato (la rivelazione quasi edipica della sua vera
origine da parte di Signorinella/Maria Luisa Santella), vive nel
presente la condizione di entità inconsapevolmente eterodiretta. Al
lavoro del film spetta dunque il compito di ricomporre ipoteticamente
una coscienza lacerata e disintegrata che trova provvisorio conforto
nell’assunzione reiterata di sostanze chimiche, illusione di consistenza
soggettiva e comprensibilità del reale. Presentato in concorso al
Festival di Cannes 2016 nella sezione Un Certain Regard.
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