In una città morente, Billy, madre nubile di due bambini, è trascinata
poco a poco nei bassifondi di un mondo oscuro e macabro, mentre Bones,
suo figlio maggiore, scopre una strada segreta che porta a una città
sommersa. Billy e suo figlio dovranno affrontare numerosi ostacoli
affinché la loro famiglia riesca a cavarsela (dal pressbook).

Tra
le innumerevoli conferenze stampa, presentazioni pubbliche e interviste
festivaliere rilasciate da registi che perlopiù non fanno che ripetere
le solite formule autopromozionali, si trovano anche, seppur
sporadicamente, osservazioni sulle quali vale la pena soffermarsi,
eleggendole a oggetto di riflessione. Soprattutto quando, come avviene
in
questo caso,
a parlare è Paul Schrader, studioso, sceneggiatore e autore che ha
attraversato quasi mezzo secolo di cinema americano captandone segnali
di rinnovamento e riconfigurazioni radicali. Nell’intervista rilasciata
alla Quinzaine des Réalisateurs in occasione della proiezione del suo
ultimo e ludicamente funereo film
Dog Eat Dog,
Schrader afferma qualcosa che va ben al di là della constatazione
lapalissiana o della dichiarazione di circostanza. Riferendosi non tanto
al suo film quanto, più ampiamente, al cinema contemporaneo, Schrader
dà alla sua osservazione una portata critico-teorica: la considerazione
sul mutamento dei singoli film (critica) si ripercuote sulle condizioni
generali di possibilità del mezzo (teoria).
Ecco cosa sostiene l’autore di
Hardcore (1979),
Cortesie per gli ospiti (1990) e
The Canyons
(2013): «La lezione di base che ho appreso negli ultimi cinque anni è
che la nozione dello stile unificato sta collassando. Eravamo abituati a
questa nozione che ogni film avesse il proprio stile particolare e ora,
con queste sensibilità “multimedia multitasking”, puoi mescolare e
combinare a piacimento quello che vuoi nei film e gli spettatori non se
ne preoccupano. Puoi girare una scena alla Cassavetes, metterla accanto a
una scena alla Welles, a una scena alla NCIS, alla Godard o alla Béla
Tarr: gli spettatori le processeranno tutte insieme. Sicché ogni cosa è
in qualche modo possibile e ciò rende la situazione eccitante ma anche
un po’ caotica».

Ebbene, alla luce delle considerazioni schraderiane, non sorprende affatto che
Lost River,
esordio alla regia di Ryan Gosling, abbia messo in difficoltà la
critica proprio per il suo carattere palesemente e ostentatamente
eterogeneo. Il fatto, però, è che la disomogeneità stilistica (il
collasso della nozione di stile unificato, direbbe Schrader) non
costituisce soltanto una caratteristica diffusa e in qualche modo
distintiva del cinema contemporaneo, ma in questo caso è addirittura
assunta come insegna esplicita, vero e proprio principio creativo. Le
prime parole che si leggono nel Presskit del film sotto la voce “Note
del regista” non potrebbero essere più chiare: «A più di un titolo
questo film è il regalo che mi hanno fatto i registi con i quali ho
avuto la fortuna di lavorare in questi ultimi anni. Come attore sono
passato dai film profondamente ancorati nella realtà di Derek Cianfrance
all’immaginario di Nicolas Winding Refn. Penso di aver oscillato tra
questi due estremi perché la mia sensibilità di regista si situa da
qualche parte tra i due». Insomma, non siamo davanti a un film che fa
della coerenza stilistica la propria ragion d’essere, ma, al contrario,
ci troviamo di fronte a una pellicola che dichiara apertamente la
propria eterogeneità estetica (l’oscillazione tra i due poli del
realismo e della trasfigurazione immaginifica) e la propria eredità
genetica (Cianfrance e Refn su tutti). In altri termini, le accuse di
scarsa originalità, incoerenza e confusionismo piovute su
Lost River
(“ha scimmiottato Lynch, Malick, X, Y e Z”; “ci ha messo dentro troppa
roba senza saperla controllare”; “il virtuosismo si è divorato la
narrazione”) non ignorano soltanto la constatazione di Schrader,
denunciando in questo modo il ritardo della critica nei confronti di un
mutamento cinematografico in larga parte già consumatosi, ma trascurano
anche il carattere fortemente esplicito della disomogeneità stilistica
come deliberato principio compositivo, riproducendo così nel particolare
(film) un attaccamento nostalgico a categorie di giudizio
definitivamente superate e una miopia teorica che impedisce di mettere a
fuoco la trasformazione avvenuta sul piano generale (cinema).

Duole
molto essere costretti ad adottare un tono così didascalico e
illustrativo, ma è proprio di fronte a film del genere che occorre fare,
in qualche modo, il punto della situazione ed evidenziare lo strappo
prodottosi tra critica e film da una parte e critica e teoria
dall’altra: rifugiarsi nel misoneismo rancoroso in nome di una perduta
unità stilistica significherebbe allontanarsi irrimediabilmente dalla
produzione audiovisiva contemporanea e alienarsi inconsapevolmente nel
culto di un passato mitico nel quale i Grandi Maestri padroneggiavano lo
Stile (Forma) e la Narrazione (Contenuto). Anche perché, non appena
superato lo scoglio della disomogeneità formale, si scorge con facilità
un elemento coesivo sufficientemente capace di assicurare unità
espressiva a
Lost River: il tono oscuramente fiabesco.
L’oscillazione tra ancoraggio realista e trasfigurazione immaginaria
trova difatti in questa tonalità una sintesi in grado di incorporare un
realismo che talvolta rasenta addirittura l’improvvisazione (la sequenza
del ballo tra Bully/Matt Smith e Marylou/Mama Aris) e una traccia
fantastica che in alcuni frangenti non teme di seguire una segnaletica
scopertamente surreale (l’incantesimo della città sommersa e i lampioni
che si accendono quasi per magia dopo l’immersione di Bones/Iain De
Caestecker).

Questa
tonalità distinta e persistente che attraversa e lega a varie altezze
l’appariscente eclettismo stilistico (ecletticità peraltro acuita dalle
spezzature di un montaggio che gioca molto spesso su divaricazioni
spaziali e accavallamenti cronologici sensibilmente spiazzanti) consente
inoltre al film di integrare continui riferimenti a pellicole anni ’80
senza che questi ne dirottino la traiettoria intimamente fantastica
(Gosling: «Ho attinto ai film fantastici per il grande pubblico degli
anni ’80 coi quali sono cresciuto e ho passato questi riferimenti
attraverso il prisma della sensibilità che ho acquisito successivamente
in materia di cinema. Partendo da là, la storia di
Lost River ha
cominciato a disegnarsi sotto forma di fiaba oscura, con la città nel
ruolo della damigella in pericolo e dei personaggi simili ai frammenti
di un sogno spezzato che tentano di ricostruirsi»). Il materiale
eterogeneo che confluisce in
Lost River (come la
facciata del locale notturno in cui Eva Mendes e Christina Hendricks si
esibiscono in performance grandguignolesche, riproduzione quasi
letterale del famigerato cabaret parigino
L’Enfer) trova dunque la sua organicità in questa atmosfera fiabesca che il direttore della fotografia
Benoît Debie
modula e trasferisce sulla pellicola (pur ospitando inserti digitali,
il film è stato girato in 35mm) con la consueta maestria nella resa
dell’illuminazione naturale e delle variazioni tonali.

Ma
l’aspetto di gran lunga più ragguardevole del primo lungometraggio
cinematografico di Ryan Gosling risiede senza ombra di dubbio nella
costruzione di uno spazio urbano tanto percorribile in ogni sua
dimensione quanto disabitato, decadente e disertato dalle forze
dell’ordine: la reale Detroit filmata diviene a tutti gli effetti la
città immaginaria di
Lost River, una sorta di Manhattan
carpenteriana con Bully nei panni del Duca e il rame come oggetto di
valore sul quale egli rivendica dominio assoluto (“I own this fucking
copper, I own this fuckin’ city! Welcome to Bullytown!”, sbraita dalla
sua Cadillac Eldorado sulla quale troneggia un’assurda poltrona
imbottita). Un microcosmo fantastico in cui realtà suburbana e
proiezione distopica riverberano l’una nell’altra sulle sonorità
echeggianti di Johnny Jewel. Presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2014.