“Durante una spedizione in un territorio incontaminato e sconosciuto, il
leggendario esploratore Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) viene aggredito
da un orso, quindi abbandonato dagli altri compagni di caccia. Ma,
nonostante le feriti mortali e la solitudine, Glass riesce a non
soccombere. Grazie alla sua forte determinazione e all’amore che nutre
per sua moglie, una indiana d’America, percorrerà oltre 300 chilometri
in un viaggio simile a un’odissea, attraverso il grande e selvaggio
West, per scovare l’uomo che lo ha tradito, John Fitzgerald (Tom Hardy).
Il suo inseguimento implacabile diventa un’epopea che sfida il tempo e
le avversità, alimentata dal desiderio di tornare a casa e ottenere la
meritata giustizia” (dal pressbook).

L’enorme scoglio contro il quale è destinato a scontrarsi qualsiasi spettatore di
Revenant - Redivivo,
a prescindere dalla propensione più o meno spiccata ad assecondare la
famigerata sospensione dell’incredulità, è quello
dell’inverosimiglianza. La questione, pur cenciosa e indegna di figurare
in sede di recensione, risiede nella plateale invulnerabilità di Hugh
Glass (Leonardo DiCaprio): le sue doti di sopravvivenza,
automedicamento, infrangibilità e resistenza alle intemperie sono così
sovrumane e incredibili da sfondare irreparabilmente il muro della
credibilità. Per quanto si sia disposti a concedere a un robusto
quarantenne - quale quello interpretato da un DiCaprio non
particolarmente scheletrico - un patrimonio genetico straordinariamente
fortunato, le aggressioni e le disgrazie dalle quali Glass viene
bersagliato lungo tutto il film (lacerazioni di grizzly, contusioni da
sballottamento nelle rapide gelate, incolumità ad attentati plurimi,
cadute vertiginose da altezze incalcolabili e ferite da arma da taglio)
risultano francamente inammissibili per un solo corpo. Detto più
semplicemente, Glass più che un redivivo pare un immortale o, in
alternativa, un essere umano che muore e resuscita più volte: dopo
l’attacco del grizzly, dopo la frettolosa sepoltura di Fitzgerald (Tom
Hardy) e Bridger (Will Poulter), dopo la sauna terapeutica allestita dal
Pawnee che lo soccorre e, infine, dopo la permanenza nella carcassa
equina. Non è dunque fortuito che, nel prefinale, egli convinca il
recalcitrante Capitano Henry (Domhnall Gleeson) a portarlo con sé nella
caccia a Fitzgerald dicendogli: “Ormai non ho più paura di morire. L’ho
già fatto” (“I ain’t afraid to die anymore. I’ve done that already”).

Ora,
sappiamo bene che il mito della verosimiglianza nasconde troppe insidie
e acceca troppi occhi, sicché occorre chiedersi se questa plateale
implausibilità non suggerisca altre chiavi di lettura (del resto se lo
scrupolo della verosimiglianza fosse stato davvero irrilevante, la
sequenza dell’aggressione del grizzly non sarebbe stata così
scrupolosamente particolareggiata e, per così dire, incredibilmente
credibile). Ebbene, dal momento che
Revenant - Redivivo
si apre e chiude sul respiro profondo di Glass e il prologo visualizza
letteralmente un suo sogno in compagnia del figlio e della moglie,
l’ipotesi meno stravagante e campata in aria consisterebbe nel piazzare
l’intero film sotto l’ipoteca onirica. Eppure, per quanto suggestiva,
anche questa supposizione non sembra in grado di sorreggere l’intero
film, poiché l’onirismo di
Revenant - Redivivo si
manifesta in maniera palesemente sporadica e disorganica, possedendo
esclusivamente la funzione di mostrare alcuni squarci dell’interiorità
di Glass (Iñárritu: “Durante il viaggio, quando Glass è solo e
fisicamente distrutto, l’unico modo per restare in contatto con la
propria umanità è attraverso sogni e visioni, che ci forniscono
informazioni sul suo stato mentale e sul suo passato”). In altri
termini, il tenore onirico del sesto lungometraggio cinematografico di
Alejandro González Iñárritu non determina l’impianto narrativo
complessivo, ma lo punteggia episodicamente in chiave introspettiva. A
questa componente, che cozza violentemente contro il registro
iperrealistico di gran parte del film, si aggiunge infine una vena
spirituale-animistica che mette in comunicazione le vicende di Glass e
Fitzgerald con eventi naturali ad alto coefficiente numinoso e
premonitorio quali cadute di meteore e gigantesche valanghe. Eventi che,
entrando in risonanza l’apparato visionario e onirico partorito da
Glass (la caduta della meteora si configura inizialmente come fenomeno
naturale apparso a Fitzgerald, salvo poi venire riassorbita nel
tumultuoso sogno di Glass) dialogano dall’alto con gli insegnamenti
impartiti dalla moglie (“Quando c’è una tormenta e sei in piedi di
fronte a un albero e guardi i suoi rami, giuri che cadrà, ma se guardi
il tronco, vedrai la sua stabilità”) e da Hikuc (Arthur RedCloud), il
misericordioso Pawnee che pronuncia la frase decisiva “La vendetta è
nelle mani del Creatore”.

E,
secondo chi scrive, è proprio questa giustapposizione dei tre registri a
risultare stridente, condannando il film a carambolare tra clima
iperrealistico, paesaggi onirici ed epifanie animiste (l’uccellino che
esce dal petto della moglie, la spettrale montagna di teschi di bisonte,
l’abbraccio col figlio-albero nella rovine della chiesa). Anziché
compenetrarsi o conciliarsi tra loro, insomma, le tre modalità
espressive si avvicendano bruscamente, impedendo al film di trovare una
sua organicità narrativa. Inoltre, all’interno dello stesso registro
iperrealistico si percepisce un forte attrito tra l’impronta
poderosamente basica delle riprese quasi documentaristiche e i momenti
performativi, nei quali i vari interpreti recitano le loro parti in
ossequio alle norme didascaliche del canone hollywoodiano: si pensi al
primo battibecco tra Fitzgerald e Glass, al minaccioso confronto tra
Fitzgerald e Bridger una volta abbandonato Glass o al già menzionato
dialogo tra Glass e il Capitano Henry nella baracca del forte. In questi
frangenti dialogati persino lo stile cinematografico viene
progressivamente appianato e normalizzato, passando dalle riprese in
continuità della prima lite ai più convenzionali campi/controcampi del
colloquio col comandante della spedizione. In definitiva, sotto il
profilo narrativo e drammaturgico,
Revenant - Redivivo
sconta una disomogeneità di fondo che a lungo andare ne sfibra la
tenuta: se i primi 40 minuti (fino alla decisione di lasciare Bridger,
Fitzgerald e, naturalmente, Hawk ad assistere l’agonizzante Glass)
possiedono una potenza di coinvolgimento pressoché priva d’incrinature,
l’affacciarsi sempre più palpabile dei registri divergenti sfilaccia
gradualmente la tenuta drammatica del film, allentandone la compattezza
e, conseguentemente, la presa sullo spettatore.

Tre
vicoli ciechi o solo parzialmente percorribili (nessuno dei tre
provvede a fornire una chiave di lettura estensiva e ben necessitata del
film) che vengono ampiamente riscattati sotto il profilo squisitamente
visivo. Emmanuel Lubezki in testa, il comparto tecnico direttamente
proveniente dalla troupe di Terrence Malick (non soltanto la direzione
della fotografia di Lubezki, ma anche le scenografie di Jack Fisk e i
costumi di Jacqueline West) compensa abbondantemente le rapsodiche
divagazioni narrative, assicurando al film un’indiscutibile solidità sul
piano figurativo. Traendo il massimo partito dalle riprese in ordine
cronologico e dall’impiego pressoché esclusivo di luce naturale, la
costola malickiana non si limita tuttavia a rivestire la pellicola di
una corazza smagliante (campi lunghissimi di maestosa vastità, notturni
dalle vibrazioni luministiche cangianti, apparati scenografici
perfettamente integrati nell’ambiente), ma la dota a pieno titolo di una
sua singolarità visiva: di una sua visione, in una parola. Ecco perché
le accuse di eccessiva derivatività rivolte a
Revenant - Redivivo
non hanno molto senso: benché i riferimenti più stringenti siano
facilmente intuibili (oltre a Terrence Malick, Andrej Tarkovskij e
Werner Herzog), il film possiede un arrangiamento visivo di una fluidità
cinetica (grazie all’uso combinato di gru, steadicam e camera a mano) e
di una torsione ottica (in virtù dei grandangoli) tali da renderlo a
tutti gli effetti un unicum capace di conquistare pienamente la propria
autonomia cinematografica. Liberamente ispirato al romanzo del 2002
The Revenant: A Novel of Revenge di Michael Punke (tr. it.
Revenant. La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta, Einaudi, 2014), libro a sua volta ispirato alle autentiche vicende del trapper Hugh Glass (1783-1833),
Revenant - Redivivo,
dunque, è sì un film iperrealisticamente inverosimile con ipoteca
onirica a carico, ma solidamente provvisto di una sua autonomia estetica
e di una sua impetuosa crudezza (non solo l’aggressione del grizzly, ma
anche l’agguato iniziale degli Arikara e il corpo a corpo finale tra
Glass e Fitzgerald). Per una versione dell’avventura di Hugh Glass
sostanzialmente diversa e maggiormente incentrata sugli aspetti
tragico-patriarcali, si suggerisce la visione di
Uomo bianco va’ col tuo dio (
Man in the Wilderness, 1971) di Richard C. Sarafian.
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