
“Holy
Motors” è nato dalla mia impotenza a montare diversi progetti, tutti in
lingua straniera e all’estero. Incappavo sempre nei due medesimi
ostacoli: casting e soldi. Non potendone più di non girare, mi sono
ispirato all’esperienza di “Merda”; che era un film su commissione
giapponese. Mi sono passato da solo la commissione di un progetto fatto
nelle stesse condizioni, ma in Francia: immaginare in fretta, per un
attore già scelto, un film non troppo caro. Tutto ciò é stato reso
possibile dall’uso di videocamere digitali, che io disprezzo (perché
esse si impongono o ce le impongono), ma che rassicurano tutti.
Di fronte a un film come Holy Motors
la sola reazione ragionevole sarebbe il silenzio: abbandonarsi alla
morbida fascinazione della sfilata immaginaria, evitare d’imprigionare
il libero flusso delle immagini in anguste celle verbali, ché in fin dei
conti quella tra parola e pellicola è sempre la storia di un incontro
mancato, di una condanna al fallimento e di una segreta aspirazione al
discorso del padrone. Eppure è precisamente dalla logica perversa del
paradosso che l’ultimo - e in qualche modo terminale - film di Leos
Carax prende vita. In che cosa consiste il paradosso? Nel consegnare al
pervasivo digitale delle videocamere Red Epic un rosseggiante epicedio
consacrato alla morte del Cinema. Già, perché tra le molteplici e
divergenti direzioni interpretative autorizzate da Holy Motors
chi scrive imbocca senza esitazione quella che conduce alla morte. Una
marcia funebre scandita da rintocchi di sconfortata rassegnazione e
disperata vitalità, intervalli giubilatori (la “montée” dell’Entracte) e
pause di stremata ebrezza (Oscar a Céline: “Qui in culo al mondo è la
festa; siamo tutti ubriachi, morti e ubriachi”). Essere un destino senza
garanzia, ecco la vocazione del Pierrot Lunaire/Binaire plasmato da
Carax e Denis Lavant nelle spettacolari fattezze di Oscar, nome/anagramma cinematografico se mai ve n’è stato uno.
Per
Holy Motors, avevo tra l’altro l’immagine di quelle limousine
extra-lunghe che si vedono in giro da qualche anno. Le ho incrociate per
la prima volta in America, e adesso a Parigi, nel mio quartiere ogni
domenica, durante i matrimoni cinesi. Sono veramente conformi alla loro
epoca. Allo stesso tempo kitsch e come un pugno nell’occhio. Belle se
viste dall’esterno, ma all’interno si percepisce una sorta di tristezza;
come in un hotel di passaggio. Comunque mi toccano. Sono obsolete, come
i vecchi giocattoli futuristi del passato. Credo che segnino la fine di
un’epoca, quella delle grandi macchine visibili. Molto in fretta,
queste macchine sono diventate il cuore del film, il suo motore oserei
dire. Le ho immaginate come dei lunghi vascelli che trasporterebbero gli
uomini nei loro ultimi viaggi, i loro ultimi lavori.
Detto altrimenti e più chiaramente, la forma del desiderio di Holy Motors
è quella dello struggimento nostalgico, del rimpianto per l’oggetto
perduto: il cinema. Cinema evocato a oltranza in una ripetizione
ineluttabilmente destinata a mancare un oggetto ormai divenuto distante,
inattingibile, irrecuperabile. Ciononostante non si tratta di un
desiderio che si esaurisce nell’afflizione, nel canto infelice della
perdita, ma di un desiderio che gode nell’atto stesso del desiderare. Un
desiderio che nello struggersi afferma un’inesauribile e terribile
vitalità (“Ho paura che non morirò mai”, geme la mendicante sul ponte
Alessandro III), facendo della propria insoddisfazione un elemento di
gloria, l’esperienza di “un viaggio all’estremo possibile dell’uomo”
(Georges Bataille, citato nel pressbook). Siamo ai bordi della jouissance
che rasenta la sofferenza e fa della morte il punto termine del
godimento della vita. La ricerca dell’oggetto perduto tracima insomma
nella coazione a ripetere, nel godimento che si nutre del proprio
inappagamento, nella pulsione di morte. Ed è precisamente su questo
crinale tra desiderio e godimento che, al riparo da ogni lamento
consolatorio, viaggia la limousine di Holy Motors, al tempo stesso camerino, incubatrice rigenerante e carro funebre.
Prima
di tutto mi é venuta in mente quest’immagine di una sala
cinematografica, grande e piena, nel buio della proiezione. Ma gli
spettatori sono completamente immobili, e i loro occhi sembrano chiusi.
Sono addormentati? Sono morti? Il pubblico al cinema visto di fronte -
cosa che nessuno vede mai (salvo nello straordinario finale di “The
Crowd “di King Vidor). Ho quindi pensato di far cominciare il film con
questo dormiente, risvegliato in piena notte, che si ritrova in pigiama
in una grande sala cinematografica piena di fantasmi. Istintivamente ho
chiamato l’uomo, il sognatore del film, Leos Carax. Quindi ne ho
recitato la parte.
Il
prologo non è forse sufficientemente esauriente? Scovata una porta
segreta nella sua camera d’albergo e aperta grazie a una chiave
digitale, il sognatore raggiunge la galleria di una sala cinematografica
gremita di spettatori impietriti e a occhi chiusi. L’arrivo in sala del
sognatore Carax, che si piazza eloquentemente accanto al fascio di luce
del proiettore, genera la comparsa in platea di un bambino nudo seguito
a breve distanza da un molosso. Infanzia cinematografica - non sfugga
il nesso con le immagini inaugurali dell’Enfant nu, course, aller et retour
(1892) di Étienne Jules Marey che aprono i titoli di testa - e
monumento vivente - il mastino napoletano - testimoniano la paradossale
coesistenza d’insopprimibile vitalità e residuo ingombrante in una sala
popolata di fantasmi, spettatori pietrificati e privati del solo senso
in grado di definirli tali (“Allora se nessuno guarda più?”, sibilerà
Oscar a Michel Piccoli, palese allegoria di un produttore
cinematografico). Se il finale della leggendaria pellicola del 1928 di
Vidor è il riferimento filmico dichiarato, un’associazione supplementare
rimanda all’altrettanto indelebile incipit di In girum imus nocte et consumimur igni
(1978) di Guy Debord. Ma con una cruciale inversione: se gli spettatori
vidoriani/debordiani erano massificati dall’euforia narcotica del
cinema-intrattenimento e mummificati dal potere siderante della società
dello spettacolo, quelli raffigurati da Carax sono devitalizzati per il
motivo opposto, semplicemente perché è il cinema come spettacolo
vistoso, imponente e più grande della vita a essere scomparso. Non è più
tempo di Occhi senza volto, ma di volti senza occhi.
Il
film sarebbe allora una sorta di fantascienza, dove uomini, bestie e
macchine si troverebbero in via d’estinzione - “motori sacri”, legati da
un destino comune, schiavi di un mondo sempre più virtuale. Un mondo
dal quale a poco a poco scompariranno le macchine visibili, le
esperienze vissute, le azioni.
La
continua compenetrazione di motivi funebri e guizzi vitalistici permea
l’intera pellicola, non un solo fotogramma di questa danza
forsennatamente macabra ne è esente. Si pensi alla dedica conclusiva a
Katerina Golubeva, compagna di Carax recentemente scomparsa, una dedica
listata a lutto che dialoga implicitamente con l’immagine di straziante
pudore della figlia Nastya posta in apertura del primo segmento di film:
quasi un congedo dalla madre che è al contempo un vitreo addio e un
cristallino segno di persistenza. Ma è lo stesso Oscar a farsi
depositario e latore di tale compenetrazione: più che una figura
univocamente connotata la sua è, mi si passi l’espressione, una vox
media tra omicidio e glorificazione estetica. Un personaggio con tratti
da sicario (gli appuntamenti come contratti di un killer) ed esteta
decadente (consuma letteralmente la propria vita per uno scopo
eminentemente gratuito, “la bellezza del gesto”). Col passare dei minuti
la sua esistenza fa corpo con quella del film, diviene pura materia
pellicolare, uomo cinema, homo cinematographicus fino all’ultimo
cromosoma (del resto i frammenti mareyani che costellano la pellicola
non sono suoi ritratti ante litteram?). Il suo tempo finisce per
coincidere fisicamente con la durata filmica: “Sì, ho trenta minuti”,
dice mezz’ora esatta dalla fine del film a Eva Grace/Jean (Kylie
Minogue), altro fantasma pellicolare su quattro ruote di un cinema
sbaraccato e dai minuti contati: “No new beginnings”.
Il
signor Merda é il mio immondo. È la grande regressione post 11
Settembre (dei terroristi che credono a delle storie di vergini in
Paradiso, di governanti che esultano per poter finalmente approfittare
dei loro pieni poteri, come dei bambini onnipotenti. E dei popoli
raggelati, come degli orfani soli al buio). Il Signor Merda é la paura,
la fobia. Ma anche l’infanzia. Il Signor Merda é il colmo dello
straniero: l’immigrato razzista.
Allestire
una cerimonia funebre disperatamente vitale in cui confluisca tutto, in
cui tutto si mescoli: autobiografia e autofilmografia, riflessi
luminosi e lati oscuri, gloria e abiezione, ironia mordente e rimpianto
agonizzante. Tumulto e necrologio, in altri termini: cullato dai versi
di All the Pretty Little Horses, persino l’incontenibile M. Merde
si assopisce pietosamente sulle ginocchia di Kay M (Eva Mendes). In
ogni modo è il cinema a tenere banco, a tracciare il percorso che
conduce i motori sacri al loro terminale in uno scomposto itinerario
attraverso i generi, a mostrare la deriva annichilente del motion capture
e a dirci che, al di là di ogni grottesco inscatolamento seriale (il
mostruoso complesso residenziale dell’Homme au Foyer), non c’è che il
suo schermo a ospitare, magari per l'ultima volta, “uomini, bestie e
macchine in via d'estinzione”. Simulando, mettendo e mettendosi in
scena, certo, ma godendo nell’atto stesso di desiderare l’oggetto
perduto per sempre. Non escluso il proprio cinema: Holy Motors pullula di rimandi interni, quasi ombelicali, all’intera opera di Carax, dall’esplicita ripresa del Merde di Tokyo! alla sconsolata allusione alle foreste di Pola X
(“Le foreste mi mancano”, si rammarica Oscar), passando per il duello
all’arma bianca del sesto rendez-vous che rievoca, radicalizzandolo, il
corpo a corpo tra Alex e Théo (nomi identici, per inciso) di Boy Meets Girl,
secondo chi scrive il capo d’opera di Alexandre Christophe Dupont.
Ancora: Michel Piccoli (L’homme à la tache de vin) reca in sé chiazze Rosso sangue e La Samaritaine in disarmo riverbera inconfondibili echi provenienti da Gli amanti del Pont-Neuf.
La
Storia dirà che prima o dopo la sua morte si trovò in presenza di Dio e
gli disse: “Io che sono stato tanti uomini invano vorrei esserne solo
uno: me stesso”. La voce del Signore gli rispose dopo un vortice: “Me
stesso non lo sono nemmeno io; io ho sognato il mondo come tu hai
sognato l’opera tua, mio Shakespeare, e tra le figure del mio sogno ti
trovavi tu, tu che sei come me, molti e nessuno”. (Jorge Luis Borges, Everything and Nothing, citato nel pressbook)
Timbro
funereo, forma del desiderio, risonanze intime, riferimenti
intertestuali: non resta che lasciare spazio all’elaborazione
cinematografica vera e propria. Glissando imperdonabilmente sui soliti
prodigi cromatico-luministici di Caroline Champetier (già César per la
miglior fotografia nel 2011 con Uomini di Dio),
mi pare sia la configurazione sintattica a offrire lo spunto di
approfondimento più rilevante. Di fatto è proprio in questa dimensione
meno immediatamente evidente che si raggiunge l’ossatura del film, la
sua struttura portante. E rivedendo con attenzione Holy Motors
si nota un’anomalia sintattica francamente impressionante: la presenza
estensiva, deliberata e sistematica di false soggettive (inquadrature il
cui statuto soggettivo è smentito dall’entrata in campo del personaggio
supposto guardare, per chi non avesse dimestichezza con questa figura
stilistica). Quasi completamente assenti nell’abitacolo della limousine
(luogo cinematografico per eccellenza), le false soggettive tempestano
ininterrottamente i vari appuntamenti di Oscar, togliendogli l’autorità
della visione, rendendolo cinematograficamente incapace di fare presa
sul mondo, passivizzando inesorabilmente il suo sguardo (si veda il
plateale ingresso dell’acrobata nello studio di performance capture,
giusto per menzionare il caso più eclatante). Che cosa suggerisce
questa tattica di erosione visiva? Ritroviamo qui, espressa con mezzi
squisitamente cinematografici, la stessa tensione tra vitalismo e
disfattismo, tra slancio vitale e disincantata rassegnazione, che
attraversa l’intero film: una tensione struggentemente irrisolta che fa
di Holy Motors un viaggio céliniano al termine del
cinema. Parcheggiata la limousine nel deposito, Céline (Édith Scob) può
indossare un’ultima volta la maschera che Georges Franju le aveva
modellato più di mezzo secolo prima e tornare, finalmente, nella sua
dimora, nel mito cinematografico: "Niente ci fa sentire più vivi che la
morte degli altri".
Pubblicata su www.spietati.it.











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